11. Le ragioni del figlio maggiore

Scena quarta 1 (Lc 15. 25-32)

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: “E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”.

Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici.  Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 

Gli rispose il padre: “O Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

In questa ultima scena compare il figlio maggiore; ritorna a casa dopo il lavoro nei campi, sente che c’è aria di festa e quando sente da un servo che la festa era per suo fratello che era ritornato, “si arrabbiò e non voleva entrare

La rabbia emotiva è la sua reazione istintiva, sente che quello che il padre sta facendo è una doppia ingiustizia:

  • per l’accoglienza e la festa che fa al figlio ribelle, depravato, che ha erperato l’eredità del padre, e che invece di condannarlo lo premia facendo festa
  • per l’ingiustizia del padre nei suoi confronti, per la differenza di trattamento che fa, per la “preferenza” che fa verso il figlio minore che viene amato di più

Sono fondate le ragioni del figlio maggiore? Nell’immediato sembra di sì. È evidente la differenza, il figlio scapestrato che ne ha combinato di tutti i colori, che è stato indifferente al dolore dei genitori, che ha preteso la sua parte di eredità senza meritarsela, che è sparito in un paese lontano, che non ha dato più notizie di sé, che ha rotto i legami familiari, che ricompare per convenienza, viene festeggiato con grande onore. A lui invece non è stato concesso almeno una volta di fare festa con i suoi amici con un capretto. È giustizia tutto questo? –si chiede il figlio maggiore? Io che ho sempre ubbidito, che ho sempre lavorato, che ho portato rispetto verso il padre, che non ho speso un soldo per vizi e divertimenti, perché sono trattato così ingiustamente da mio padre? “Si arrabbiò e non volle entrare” a festeggiare il fratello che non sente più fratello, verso cui prova invidia e gelosia. Rompe così il rapporto e il legame di fratellanza.

Invidia e gelosia sentite chissà da quanto tempo prima, covate nel silenzio, come succede spesso nelle famiglie con più figli, in cui il figlio maggiore si sente detronizzato dalla comparsa del secondo figlio, percepisce che le attenzioni e le cure dei genitori sono rivolte principalmente verso il figlio minore e così privato di quell’amore esclusivo iniziale.

Gelosia e invidia covate nel tempo che esplodono in età adulta, magari quando i genitori non ci sono più, quasi sempre sull’eredità. Figli che pur vivendo nella stessa casa, con gli stessi genitori, sono vissuti tenendosi distanti, come non fossero fratelli e figli di stessi genitori, come se non ci fosse più condivisione di valori esistenziali vissuti nella stessa famiglia.

[…] I due figli della parabola non s’incontrano mai, non si parlano, sono estranei in casa ed esuli nell’affetto: l’unico collegamento fra loro è il padre. Anche quando i due fratelli sono distanti fra loro o addirittura nemici e nessun dialogo intercorre fra loro, essi continuano a comunicare attraverso la vita del padre.[…]

(P. Farinella, Il padre che fu madre – pag. 46)

Come è possibile tutto questo? Spesso si chiedono i genitori. Eppure abbiamo dato la stessa educazione, abbiamo coltivato gli stessi valori, perché poi i figli crescendo si differenziano come fossero estranei fra di loro?