13. Il figlio tra obbedienza e libertà

 

13. Il figlio tra obbedienza e libertà

“Nella parabola lucana del figlio ritrovato, come abbiamo visto, il segreto del figlio viene rispettato dal padre sino al suo limite. È solo grazie a questo rispetto che il figlio può accedere a una nuova responsabilità e a una nuova forma di vita. Egli ha compiuto il suo viaggio, non è stato costretto da una Legge solo sacrificale alla cieca obbedienza, alla ripetizione uniforme dello stesso. Questo figlio – come ogni figlio – ha seguito il segreto del suo desiderio, lo ha manifestato nell’opposizione al padre, nell’erranza, nella rivolta, nel fallimento. Nel tempo in cui tramonta la Legge che punisce e castiga inesorabilmente, il compito primo – il più alto e il più difficile – dei genitori è quello di avere fede nel segreto incomprensibile del figlio e nel suo splendore. Non esigere che la sua vita ripercorra le nostre orme, che condivida i nostri interessi, che ripeta la nostra vita. Lasciare invece che il figlio nel suo viaggio possa perdersi o smarrirsi, che possa conoscere la sconfitta e la ferita per trovare il proprio passo.

Il dono più grande dell’amore del padre, e dei genitori in generale, è quello di lasciare il segreto del figlio al figlio. Contro l’ideologia del dialogo e dell’empatia bisognerebbe ricordare la necessità di custodire questo segreto. Il che significa non pretendere né aspirare alla comprensione reciproca. Significa saper lasciarlo andare via ed essere sempre pronti ad accogliere il suo ritorno. La custodia del segreto non esclude affatto il ritorno alla casa del padre. Il tragitto del figlio giusto non è forse sempre – seppur in forme diversissime – un ritorno alla propria matrice, alla propria origine? Compiere il proprio viaggio riconoscendo che, alla fine del suo percorso, la meta raggiunta – anche la più lontana, la più straniera – porta sempre con sé delle tracce della nostra prima lingua? Non è forse questa la verità che incontriamo alla fine del nostro viaggio? Il segreto del figlio non si svela come un diventare quello che si è da sempre stati?   (M. Recalcati, Il segreto del figlio – Feltrinelli)

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Così conclude Recalcati il suo libro Il segreto del figlio sulla parabola lucana.

Trovo molto bella e molto vera l’immagine di un figlio che dopo tanto fare e disfare, dopo un lungo viaggio faticoso e incerto alla ricerca di se stesso, trova la risposta là da dove si è allontanato, dove vede quello che non aveva visto prima, “la meta raggiunta – anche la più lontana, la più straniera – porta sempre con sé delle tracce della nostra prima lingua”.

La trasgressione, l’azzardo della libertà, la caduta, il fallimento lungo la strada sono anche tesori di esperienze che danno nuovi occhi per vedere, nuova mente per pensare. Il ritorno alla base di partenza dopo aver fatto l’esplorazione del mondo non è un semplice pentimento colpevole, è un aver capito che non si può ripudiare l’origine di una storia familiare e che comunque in questa storia siamo nati e cresciuti.

Specialmente la prima parte della vita è una sana oscillazione fra un andare avanti ad esplorare il mondo e fare esperienze nuove e un ritornare alla base per riprendere fiato, forza e sicurezza.

Ma è anche vero che il nido deve essere sempre accogliente e non colpevolizzante e questa è una scommessa che mette a dura prova specialmente i genitori, ognuno con il suo modo di essere, perché implica un salto nel buio credere che il figlio possa farcela da solo a fare il percorso dell’abbandono della casa per sperimentarsi e avere la capacità di rientrare in caso di bisogno e di difficoltà. “Il compito primo – il più alto e il più difficile – dei genitori è quello di avere fede nel segreto incomprensibile del figlio” Per questo il padre lascia andare il figlio irrequieto e ribelle senza fare opposizione, ma certamente non a cuor leggero, convinto che il richiamo della famiglia l’avrebbe fatto ritornare. Questa è l’analogia che fa lo psicoterapeuta della famiglia Alfredo Canevaro con l’adolescente:

“Il cormorano, come l’uomo, aspira ad essere indipendente, a maturare come soggetto autonomo. Questo riesce a farlo dopo cinque tappe, cinque «salti». All’inizio di ogni salto, il cormorano regredisce a modi di agire più infantili, cioè, meno organizzati di condotta, per poi progredire, cioè diventare più indipendente e autonomo.

Kortland parla di manifestazioni reprogressive: «Ci sono occasioni in cui il cormorano rimane qualche tempo senza territorio, come un vagabondo; c’è tuttora una quarta crisi, anche con assenza dalla colonia per qualche giorno, finché torna e gode dell’alimentazione dei suoi genitori. Dopo due o tre giorni, già maturo, scompare per non essere più visto fino alla prossima primavera. Questa ultima fase gli ha procurato piena indipendenza e, libero, vola, senza fare caso ai cinguettii di chiamata dei genitori, verso le coste della Tunisia, Francia o Spagna»”. (A. Canevaro – Quando volano i cormorani – Terapia individuale sistemica con il coinvolgimento dei familiari significativi Borla 2010)

Così termino anch’io questo lungo viaggio di esplorazione di questa parabola di Luca alla scoperta dei significati nascosti, che, anche se non voluti dall’evangelista, emergono ad una lettura attenta e critica.

Era da lungo tempo un mio desiderio quello di impegnarmi in un commento, ma sempre rimandato aspettando l’occasione buona. Che si è presentata con l’uscita del libro di Recalcati e di Farinella, ma soprattutto con la costituzione su Facebook del gruppo Amici dello Psicoterapeuta.

Ringrazio di cuore quelli che con ammirabile fedeltà mi hanno seguito in questo impegno settimanale, che, lo confesso, non è stato facile. A volte sono stato vacillante, ma pur di mantenere l’impegno con voi che avete un volto conosciuto e con alcuni una parte di storia in comune, ho tenuto fermo l’impegno morale, soprattutto.

 

 

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