3. Il padre buono o il padre in colpa?

Scena prima 3, Lc 15,11b-13

12b   “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”.

12c   Ed egli divise tra loro le sue sostanze.

commento

 

Nella storia familiare prima o poi arriva sempre il momento in cui il figlio si allontana, fugge, si fa errante, inseguendo il desiderio di autonomia, di autorealizzazione, di scoprire e vivere in mondi diversi. I modi e gli scopi sono diversi, chi con lo strappo, chi con l’accompagnamento e la condivisione del genitore, chi con la promessa di fare ritorno, chi con la minaccia di scomparire e di “perdersi” nel mondo e infine chi si allontana pur restando immobile. Compare l’angoscia nel sistema familiare, la paura di una rottura, non si vive più come prima. Chi rimane, vive nel dubbio, nell’apprensione, nella paura che qualcosa si è rotto.

E’ la storia di tutti noi, genitori e figli, che si ripete e si rinnova da millenni, siamo stati figli inquieti e genitori apprensivi, perché l’incerto, l’ignoto, oggi più che mai, è sempre dietro l’angolo.

Tutto questo traspare nei due versetti della parabola di Luca, poco si dice esplicitamente, ma si intuisce che c’è dell’altro, un non detto: Perché un figlio vuole rompere i legami familiari? E perché un padre/madre non lo ferma e invece in silenzio lo lascia andare. Ovviamente nessuno lo sa, fa parte dei segreti sconosciuti che ognuno di noi si porta dentro, anche se oggi specialisti di ogni tipo sono prodighi a dispensare vistosamente un sapere psicologico “pro domo mea” e vacuo. Io da parte mia mi astengo dal dare consigli prefabbricati e umilmente confesso di non sapere, perché l’unico modo per trovare risposta è “cercare”, con l’aiuto di tutti, quel che si” muove” nella mente: la motivazione del comportamento.

Nella parabola è sottaciuto il disagio situazionale e relazionale, un vivere male in famiglia. Perché mai un figlio vuole andarsene e rompere affetti e legami come fa il figlio della parabola se non perché in quella famiglia, con quel padre/madre e con quel suo fratello vive male, è esasperato, soffocato, non vede l’ora di andarsene. Non per il desiderio di avventura o per sperimentarsi a vivere altrove. L’allontanarsi appare come l’unica possibilità di vita.

E perché quel padre lo lascia andare dandogli senza fiatare quello che il figlio reclama? Perché non fa valere il suo diritto di padre?

Mi piace pensare che quel padre, apparentemente passivo e remissivo, invece faccia anche lui una scelta, una scelta certamente rischiosa, ma l’unica scelta possibile per coltivare la speranza di un ritrovarsi. Perché costringerlo a restare con la forza, con la legge, avrebbe significato perderlo definitivamente. Perché del malessere del figlio in coscienza si sente chiamato in causa, si sente responsabile, almeno per la sua parte, per come quella relazione padre-figlio si è malamente strutturata e stabilizzata. Si arriva ad un punto in cui anche la comunicazione si interrompe e una relazione senza comunicazione efficace è una relazione monca, sterile, vuota, destinata a scivolare lentamente nel tempo verso il conflitto e la separazione. Così quel padre di Luca non è un padre inetto, buonista, impotente, ma paradossalmente un padre responsabile che si sente in colpa, perchè in quella relazione con il figlio c’è anche la sua parte di non aver potuto fare di più o di non essere stato più presente e più attento ai segni del disagio relazionale e familiare del figlio, come succede in ogni relazione familiare in cui ognuno ci mette del suo. Così e per tutto questo in silenzio e umilmente “divise tra loro le sue sostanze” secondo equità fra i due figli.

E così per il padre comincia il tempo dell’attesa, della scelta del figlio