4. La partenza del figlio

 

 

Scena 1, Lc 15,11b-13

13 pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose,  partì per un paese lontano

 

commento

Il tempo dell’attesa del padre che scruta i movimenti del figlio per capire quanto tempo gli rimane ancora poter vedere la presenza del figlio girare per casa, è breve, appena “pochi giorni”. Appena un soffio, perchè gli sembra che il tempo voli via, se potesse vorrebbe fermare il tempo, indugiare per un ultimo tentativo di fermare il figlio. Non servono più parole, parlano gli occhi, le emozioni serrate nel cuore, il silenzio colmo di mille pensieri, prima dell’allontanamento definitivo. Allontanamento non capito, ma accettato in cuor suo, anche se con mille “perché” sulla relazione, su di sé, sulla sua adeguatezza, sul suo essere giusto, sulla sua capacità di amore. Lo lascia andare, convinto che è l’unica cosa da fare, anche se carica di molti rischi.

Il tempo, invece, il figlio lo brucia, pochi giorni, che a lui sembrano lunghissimi, il tempo necessario di raccogliere “tutte le sue cose”, di fare l’inventario di ciò che ora gli appartiene, la sua eredità, e partire definitivamente senza un addio. Per dove? Per lui non ha importanza il dove, ma il partire, l’allontanarsi. Non ha una meta precisa, gli basta un qualsiasi posto, ma “lontano”.  Lontano da quella casa, lontano dal padre, dal fratello, l’intenzione è anche di cancellare una storia e una vita per lui fallimentare, rompere relazioni e legami nell’illusione di rifarsi una nuova vita, inseguendo il desiderio di sentirsi finalmente libero di autorealizzarsi fuori, lontano. E’ il desiderio di ogni adolescente, e questo figlio-adulto, appare ancora un adolescente, perché non è con la fuga che si diventa adulti, non basta andar lontano per imparare a fare i conti con la vita.

Ma non si costruiscono nuove storie cancellando le vecchie, si possono scrivere nuovi capitoli, ma aggiunti e legati ai precedenti con quel filo invisibile della continuità delle relazioni. Possono esserci relazioni patologiche che lasciano ferite aperte che se non ricucite faranno sempre male. Eppure, quasi sempre nel mio lavoro mi sento chiedere spesso da persone in difficoltà di essere aiutate a dimenticare il passato per vivere solamente nel qui e ora. E tutte le volte spiego che non si può vivere una nuova vita se non si fanno i conti con il passato, specialmente se questo è ancora sospeso. Eppure è un’illusione diffusa anche fra psicologi.

Cosa si porta il figlio in questa partenza per un luogo lontano e sconosciuto? Certamente la sua ricchezza materiale donatagli dal padre, altrimenti non avrebbe potuto fare nuova vita e sopravvivere nel caso di bisogno. Ha la convinzione che è la quantità delle cose possedute che rende autonomi, liberi, potenti e felici, che è la ricchezza che mette nelle sue mani la sua storia e la sua vita. Non ha coscienza e consapevolezza che si eredita qualcosa di immateriale dai genitori nel passaggio generazionale, qualcosa di più prezioso. Sono quelle qualità e quei tratti che lentamente si depositano in noi senza saperlo e che, se riconosciuti, ci permettono di non dimenticarli e di sentirli vivi dentro di noi. E’ questa l’eredità preziosa che i genitori ci consegnano, anche se apparentemente misconosciuta, che magari si rivela nei giorni del bisogno. Quando ci sembra di essere soli.

“La riconquista dell’ereditare non è mai un “fare proprio” nel senso dell’appropriazione di sé, del rendere omogeneo, dello smussare l’alterità impropria dell’Altro, quanto piuttosto riconoscere la nostra provenienza e il debito simbolico che essa implica. L’eredità non è l’appropriazione di una rendita, ma è una riconquista sempre in corso. Ereditare coincide allora con l’esistere stesso, con la soggettivazione, mai compiuta una volta per tutte, della nostra esistenza. Noi non siamo altro che !’insieme stratificato di tutte le tracce, le impressioni, le parole, i significanti che provenendo dall’Altro ci hanno costituito.”

 Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco