5. La scatoletta rossa

La scatoletta rossa

Dormire non si può, la testa mi scoppia. Mi alzo, so esattamente quello che cerco: la mia scatola di ferro rosso.

Da ventitré anni è chiusa in un cassetto, neppure mia madre ne sospetta l’esistenza. L’ho tenuta segreta pensando che un giorno sarei stata pronta per riaprirla, è per mettere in salvo quella scatola che ho attraversato l’Italia e lo Stretto, sopportato l’afa di settembre e i calcinacci; quando al telefono mia madre ha detto che bisognava scegliere cosa tenere e cosa buttare ho avuto paura che me la portassero via, quando ha detto di aver frugato fra gli oggetti ho temuto l’avesse trovata, l’avesse buttata con incuria, come una cosa senza importanza, oppure con determinazione, affinché il passato non tornasse a infettarle le mani. No, non si smette di amare qualcuno quando il suo nome e il suo corpo si sono sottratti: degli assenti ci portiamo dietro la voce e l’odore, le due tracce più volatili, sapremmo riconoscerle ovunque e ogni tanto ci pare di sentirle, e allora ci affezioniamo a ciò che ce le ha ricordate, uno spazio o una persona o un rumore. L’odore di tabacco di mio padre, la sua voce nasale e imperiosa mi avevano accompagnato in tutti i luoghi in cui mi ero spostata negli ultimi ventitré anni e qualche volta mi era sembrato di afferrarli, però sempre era seguito un senso di sconfitta.

Ma ora dormire non si può, è arrivato il momento. Mi alzo dal letto e mi avvicino alla scrivania, apro il quarto cassetto, l’ultimo, il più basso. Scosto un pacco di lettere, le lettere di Sara, ai tempi in cui ci scrivevamo con la penna verde e la mattina ci scambiavamo fogli fitti di carta profumata. Scosto ancora un quaderno, scosto due diari: la scatola di ferro rosso è lì dov’è sempre stata.

La stringo, la osservo, la studio e la riconosco. Qui dentro ventitré anni fa ho riposto le prove dell’esistenza di un uomo chiamato Sebastiano Laquidara, in questa scatola rossa ho sepolto l’odore e la voce di mio padre.

Con un piccolo scatto forzo l’apertura. Il tabacco della pipa rannicchiata sul fondo sale fino alle narici, alla gola; chiudo gli occhi e da adulta mi godo il profumo della mia infanzia. Eccolo, l’aroma che seguiva mio padre quando lui entrava e usciva dalle stanze, e che mi restava appiccicato sulle guance e sul collo dopo i baci e le coccole. Annuso l’aria e ritrovo chi ero, annuso e so chi sono. Mi passo la pipa da una mano all’altra, la infilo tra le dita, la carezzo e la porto alle narici, lascio che quell’ odore sprigioni la sua potenza esercitando su di me un controllo assoluto finché il sentimento diventa troppo, allora devo allontanarmi, spostandomi verso il balcone l’odore si fa più flebile e quasi svanisce, torno indietro, sto piangendo, finalmente piango.

(Nadia Terranova, Addio Fantasmi, Einaudi)

Commento

Bisognava scegliere cosa tenere e cosa buttare, ho avuto paura che me la portassero via”.

È la fatica, la paura, il dolore che si prova quando ci si trova all’appuntamento con il rituale che segue dopo la morte di qualcuno che ci è stato caro. Il cosa, soprattutto, è il valore aggiunto che ci mette di fronte alla scelta, questo sì, questo no. Istintivamente riconosciamo che alcune cose sono preziose, vitali, racchiudono la memoria, la presenza del familiare che non c’è, ma che continua ad esistere se sappiamo renderla viva. Allora l’altro è con noi. “No, non si smette di amare qualcuno quando il suo nome e il suo corpo si sono sottratti: degli assenti ci portiamo dietro la voce e l’odore”, voce e odore che per Ida erano racchiusi in una scatoletta rossa, conservata e nascosta come una reliquia per ventitré anni, perché dentro per lei c’era tutto suo padre “le prove dell’esistenza di un uomo chiamato Sebastiano Laquidara”, l’unica cosa che non si poteva e doveva buttare. Ma anche perché in quella scatoletta ritrovava se stessa, quella che era stata, un pezzo della sua identità, della sua storia, condensata nella relazione con suo padre. E per contrapposizione sapere chi è adesso: “Annuso l’aria e ritrovo chi ero, annuso e so chi sono”.

La prova che la storia non si cancella, che il passato non è solo passato perché ci dice e contiene non solo come eravamo, ma anche chi siamo e chi potremmo essere. La nostra storia è una storia di cambiamento, questa è la verità, non si può restare bloccati. I blocchi fermano la vita, la irrigidiscono, la rinchiudono entro schemi rigidi, e a volte patologici.

Non ci sono altre strade per liberarsene: i conti con il passato bisogna farli e farli bene per avvicinarsi al giusto riconoscimento che con i nostri genitori abbiamo acquisito crediti e debiti e che i nostri debiti sono maggiori dei crediti.

Così nel tempo che passa assumiamo diverse identità (Ida di tredici anni, Ida di trentasei, e Ida del dopo), a seconda delle relazioni, dei contesti familiari, sociali e lavorativi. Io figlio, io fratello io adolescente, io marito, io insegnante, io psicoterapeuta, io nonno, io vecchio sono identità diverse, evolutive, sbocciate per accumulo di esperienze lungo una linea invisibile che li lega.