6. L’addio

L’addio

[…]  Siamo vicine, finalmente a un funerale.

Io e mia madre possiamo ora dire addio a qualcuno, e per mezzo di un ragazzo salutiamo anche quell’altro che un tempo è stato ragazzo; ma di mio padre non c’è traccia in chiesa né fuori, né nelle campane né nel suono dell’organo, è assente fra le navate, fra i compagni di scuola di Nikos, fra la gente della sua famiglia, i siciliani che abitano qui e i greci venuti apposta dall’altra parte del mare, richiamati dalla catastrofe. Mio padre si è messo da parte: non è lui che piangiamo oggi, semmai piangiamo il non averlo pianto e rubiamo un pezzo di dolore estraneo, goffe nei nostri vestiti scuri.

[…]  C’è un’ultima scena che si ripeterà in eterno al presente, in coda agli incubi, alle insonnie, alle ossessioni e al funerale. Ancora oggi non so se è vera o se l’ho sognata, come non so se sono esistiti gli oggetti che la animano né se è davvero Ida Laquidara la donna sulla nave che va via dall’isola, via dalla casa con il tetto che crolla, via dalla madre e dall’assenza del padre, via dalla disperazione e dalla morte di un ragazzo di vent’anni.

Imbrunisce: la costa siciliana si fa scura, la Madonna del porto benedice i naviganti, le palazzine scoloriscono e in un angolo si vede pure lei, la casa fra i due mari. Mi sporgo dal parapetto per l’ultimo saluto e mi viene in mente un’altra traversata, fatta di discussioni sui delfini e prime sigarette e birre ghiacciate, il giorno dell’adolescenza in cui andavo a Scilla, da dove sarei tornata dopo aver perso il mio corpo o forse dopo avere esercitato il massimo controllo su di esso.

Allora parlavo e mi agitavo, desiderosa di sembrare qualcuno, mentre in questa nuova traversata non faccio nulla: osservo, e gli estranei mi appaiono per quello che sono, che siamo, un gruppo di sopravvissuti ciascuno alla propria battaglia. Vedo una schiera di uomini e donne e bambini monchi di famigliari, amici, amanti; vedo folle di persone che hanno attraversato la morte e ne sono uscite ammaccate, disturbate, mai uguali. Veniamo tutti da un funerale, non solo io che ci sono stata per davvero; tutti abbiamo perso qualcuno e sappiamo quanto lunghissimo e ingiusto sia il tempo davanti a noi, il tempo senza quella persona. Il tempo che cominceremo a contare anno dopo anno, a partire dalla perdita.

Delle vite degli altri non so molto, ma se aprissi uno spiraglio la mia solitudine diventerebbe affollata.

Forse domani sarò pronta a schiudere la mia porta. Ora no. Ora guardo.

Guardo chi fuma, chi mangia gli arancini, chi bada ai propri figli e chi sta pensando al viaggio, che sia un ritorno o un’andata. Forse, in questa traversata che ho fatto mille volte, per sapere se torno o se parto devo chiedermi se sto viaggiando di spalle o con lo sguardo alla mia casa: ce n’è una soltanto per ogni vita, come nella saggezza dei suoi vent’anni mi ha fatto notare Nikos. Molte sono quelle che possiamo abitare, una quella che si accende quando sentiamo quella parola, casa. Casa, ripeto fra me, e mi giro verso il continente e Roma che mi aspetta; casa, mi ripeto, ora con lo sguardo all’isola e a Messina che mi dice addio. La mia casa non è nessuna delle due, sta in mezzo a due mari e a due terre. La mia casa è qui, adesso.

Con decisione e con le dita veloci cerco la cerniera della valigia, la apro, tiro fuori la scatola di ferro rosso. Con entrambe le mani, come fosse il bicchiere che mi è stato offerto davanti al castello diroccato del Puparo, la stringo per l’ultimo saluto e la lancio nell’acqua che la accoglie.

La voce e l’odore di mio padre, che ho chiuso e serbato per ventitré anni, da questo momento avranno una tomba sul fondo dello Stretto. Saranno ingoiati dai pesci o da Cariddi risalito per l’occasione in superficie, oppure resteranno impigliati nelle squame delle sirene di Omero: io sarò comunque lontana, e il mio teatro resterà vuoto.

È così che mio padre esce di scena.

Allora rido, rivolta a entrambe le coste come una dea bifronte, fra l’isola e la terraferma, in piedi sulla nave in mezzo alla gente che non mi vede, perché è china su un telefono o distratta, con lo sguardo nebbioso verso pensieri che non mi riguardano.

Rido, e rido. Rido e finisce un’epoca nel rumore di un tuffo, nel mare che si apre e ingoia senza restituire. Rido e ancora rido, davanti a una tomba che so solo io; e il piccolo orologio al mio polso segna, finalmente, le sei e diciassette.

Nadia Terranova, Addio Fantasmi Einaudi

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Commento

Con queste ultime pagine si chiude il libro, e nello stesso tempo ne apre un altro tutto da scrivere, in un altro tempo scandito dall’orologio che riprende a battere le ore, “segna, finalmente, le sei e diciassette”. La vita ricomincia a pulsare dopo ventitré anni bloccata e segnata dalla scomparsa del padre, da un funerale mai fatto, da una scatoletta rosa dove erano rinchiusi il suo odore e la sua voce.

E’ il funerale di un giovane muratore, conosciuto pochi giorni prima, che segna la svolta. Finalmente celebra anche Ida il funerale simbolico del padre, sepolto finalmente in fondo al mare racchiuso dentro la sua bara, la scatoletta di ferro rosa. Funerale che è non soltanto lutto, mancanza, e non può esserlo, ma anche vita. Un funerale non può essere un semplice rituale, anche se accompagnato dal dolore, è una tappa del viaggio della vita in cui fare i conti. Almeno per Ida è così, e vuole farli da sola durante la traversata sul traghetto nel viaggio di ritorno verso casa. Ma quale casa, quella da cui è fuggita tanti anni fa quando ha potuto, tormentata dalla scomparsa misteriosa del padre, o quella che l’ha accolta a Roma dove vive con suo marito. Uno se ne ha tante di case è come non averne nessuna, “una quella che si accende quando sentiamo quella parola, casa”. Ida finora non ha una casa, delle due non ne ha scelto una, ora sembra aver fatto pace con se stessa. Il funerale di Nikos l’aiuta a scegliere, ne sceglie una terza simbolica che “sta in mezzo a due mari e a due terre”. Se la prima era la casa della Ida tredicenne, la seconda quella in cui si è rifugiata, la terza è quella simbolica che sta dentro di sé, sintesi della prima e della seconda, abitata finalmente dalla terza Ida, che non rinuncia al suo passato, né sconfessa il presente. Sono due storie che non sono antitetiche e aprono la terza storia della maturità, quella della saggezza che aiuta a fare sintesi e capire che nel tempo della vita non ci sono discontinuità, salti, ma passaggi evolutivi, anche se ci sono cadute, immobilismi e momenti involutivi.

Adesso Ida capisce che è arrivato il tempo del funerale simbolico del padre, di liberarsi delle catene che la imprigionavano, costretta compulsivamente ad assistere all’entrata in scena del padre con cui fare conti che non tornano mai, del sempre chiedere e chiedersi: dove sei, perché te ne sei andato o se è morto da qualche parte. Domande e risposte ormai inutili, appartengono al passato. E non si può vivere con la testa rivolta all’indietro, il passato serve per capire il presente.

Finalmente Ida è arrivata a questa verità, la fa propria: suo padre non è morto, ma è vivo anche se non è presente. Bisogna fare il suo funerale con la scatoletta dove è racchiuso l’odore e la voce del padre. Sembra un paradosso che bisogna morire per essere vivi, che bisogna seppellire i morti perché possano essere presenti e vivi nella mente di chi ci ha amato e abbiamo amato.  Perciò la figlia, quasi sotto l’effetto di una illuminazione improvvisa, con decisione prende la scatoletta delle reliquie del padre “la stringo per l’ultimo saluto e la lancio nell’acqua che la accoglie”. Ci deve essere un altro modo rendere viva la presenza di chi è morto, deve essersi chiesta, anche perché “Abitiamo il tempo del «per ora».

Mi viene in mente la risposta di Gesù ad uno che gli chiedeva di ottemperare al suo dovere di seppellire il padre prima di seguirlo: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Risposta oscura, enigmatica, come può un morto seppellire un morto? Ovvio che la parola morto, morire, ha un significato metaforico, si può essere vivi, ma morti dentro, senza vitalità, senza energia vitale. E ci possono essere morti fisicamente che riescono ad essere vitali, trasmettere vita, suscitare energia nei vivi, solo però se questi riescono ad accogliere e riconoscere i segni della presenza dei loro padri e quanto hanno lasciato in eredità morale, spirituale e psicologica. Solo così può esserci vita silenziosa per cui il morto è vivo e ci vive accanto. “Celeste è questa/Corrispondenza d’amorosi sensi, /Celeste dote è negli umani; e spesso/Per lei si vive con l’amico estinto/E l’estinto con noi”.

La risposta più convincente io la trovo in Massimo Recalcati: “Quando il pensiero del passato diventa una ruminazione incessante c’è spossatezza e appassimento depressivo della vita. … Ma cosa significa allora fare il “lutto del padre”? L’ereditare coincide con il lutto come lavoro, è un lavoro del lutto. E cos’è un lavoro del lutto? È riuscire a portare la memoria alla potenza dell’oblio; dimenticare i morti non perché li abbiamo cancellati dalla nostra vita, ma perché li abbiamo fatti nostri e solo in questo senso possiamo dire che abbiamo potuto dimenticarli, che abbiamo potuto lasciarli morire, lasciarli essere davvero morti[1].

Se Ida finalmente ha capito questo, riesce a fare il lutto, “la stringo per l’ultimo saluto e la lancio nell’acqua che la accoglie”.

E finalmente può ridere alla vita: “Rido, e rido. Rido e finisce un’epoca nel rumore di un tuffo, nel mare che si apre e ingoia senza restituire. Rido e ancora rido, davanti a una tomba che so solo io; e il piccolo orologio al mio polso segna, finalmente, le sei e diciassette” Così nasce la terza Ida con le storie delle prime due.


[1] Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco – Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli