7. Il ritorno del figlio e l’accoglienza del padre

Scena terza (1)    “Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.

Abbiamo lasciato il figlio giovane nella decisione di partire verso casa. Anche noi, accanto a lui, abbiamo maturato una svolta che crea una condizione nuova: ogni decisione di vita anche se motivata insufficientemente, genera sempre un cambiamento che coinvolge chi la compie e quanti ne sono interessati. (Farinella- Il padre che fu madre p. 159)

La scena del racconto di Luca si rivolge ora al padre. Il padre che da lontano riconosce il figlio nella figura che si avvicina, un figlio aspettato da tanto, dal primo giorno che se n’è andato con l’illusione di cancellare dalla sua mente e dalla sua vita la presenza del padre/madre. La speranza del ravvedimento e del ritorno del figlio non ha mai abbandonato questo padre, se tutti i giorni egli scrutava l’orizzonte lontano per vedere un qualche segno che annunciasse il ritorno.

Il figlio che si avvicina malamente è un figlio che, dopo essere rientrato in se stesso, è cambiato, che ha preso coraggio nel riconoscere il fallimento, la delusione, la ferita spietatamente inferta al padre e che nello stesso tempo trova la forza di “alzarsi” e “muoversi” alla ricerca del padre perduto.

Nessuno può abdicare dal proprio essere figlio e dal proprio essere padre/madre. Il primo perché nessuno sceglie di essere figlio, ma tutti siamo chiamati a essere figli dalla decisione, voluta o costretta di altri; il secondo, padre/madre per responsabilità, o se si vuole, da un punto di vista cristiano, per vocazione. Si è figli sempre; si è padri/madri per tutta l’eternità. Nessuno è figlio del «nulla»; nessuno si fa da sé, ma ognuno di noi è sempre figlio di qualcuno che a sua volta è «genitore» di qualcun altro. È la relazione che stabilisce l’identità personale. Farinella cit. pag. 160)

Noi tutti siamo nati e cresciuti e viviamo in un mondo di relazioni. Non si diventa quello che siamo a prescindere del “noi” della relazione. In origine c’è sempre un noi, un io e un tu che si cercano con movimenti innati che assicurano la sopravvivenza.

Emerge in questo padre e in questo figlio la forza della relazione vitale familiare padre/madre-figlio/a al punto tale che il cambiamento dell’uno non può lasciare indifferente l’altro. Se un figlio se ne va, si allontana, si perde, sbanda, non solo fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, avrà forse pure le sue ragioni, magari folli, ma non può non porre, nell’altro che rimane, l’interrogativo: “Ma perché”. È quello che ha fatto il padre, chiedendoselo, solitario, non una volta, ma mille volte, perché si sente chiamato in causa, accusato ingiustamente: “Dove ho sbagliato, se ho sbagliato?”, che non è semplicisticamente un sentirsi in colpa, ma la positiva ricerca doverosa della propria parte, se la relazione del mio essere padre con quel mio figlio è cambiata rispetto alle mie aspettative. Aspettative di solito mai dichiarate apertamente. Rientra in se stesso allora non solo il figlio, ma anche il padre fa una sua analisi, se si arriva al punto che un figlio disconosce e rifiuta il padre. Certamente entrambi avrebbero potuto non sentire il bisogno e il desiderio di interrogarsi e capire il perché la relazione si sia corrotta nel suo divenire storico. Avrebbero potuto entrambi restare fermi sulle proprie posizioni e sulle proprie ”verità” e sulle proprie ragioni o aspettare semmai il movimento dell’altro, sciogliendo così il legame relazionale definitivamente: non c’è più così un padre per quel figlio e un figlio per quel padre. Ma nella parabola di Luca non c’è un prima e un dopo, non si muove prima il figlio e dopo il padre, entrambi si muovono autonomamente verso il cambiamento, ognuno in modalità diverse e in tempi diversi. Luca si sofferma con maggiori dettagli su cosa fa il figlio per rialzarsi dopo la caduta, del padre invece si dice poco ma quel poco significa molto sul piano relazionale, affettivo ed emotivo, un padre in attesa continua che spia l’orizzonte, che corre per primo per abbracciare il figlio e fare pace con il segno simbolico del bacio e perdona.

Per tutto questo allora se cambia il figlio, il padre/madre non sarà quello di prima agli occhi di se stesso e agli occhi del figlio, anche se non fa niente. Un padre arroccato nella sua verità, un padre che fa valere la sua autorità non aiuta il cambiamento, non tanto del figlio, specie se sintomatico, ma soprattutto della relazione, a cui non si può rinunciare, perché nessuno può abdicare dal proprio essere figlio e dal proprio essere padre/madre.

Per questo l’incontro tra il figlio e il padre della parabola è un incontro tra un padre cambiato e un figlio cambiato, che si incontrano in una nuova relazione, che si sperimentano con un noi diverso, più elastico, più accogliente e più rispettoso delle reciproche fragilità e diversità. Se la relazione perde la sua elasticità, divenendo sempre più rigida e ingessata, apre la porta alla psicopatologia, allo “stallo” relazionale in un gioco senza fine di mosse e contromosse di immagini e identità stereotipate che può continuare all’infinito senza un vincitore e un vinto.

C’è da chiedersi: chi fa la prima mossa per cambiare il gioco relazionale patologico? Apparentemente sembra il figlio con il suo “rientrare in se stesso … si alzò e andò”, ma all’arrivo è lento, titubante, la vergogna del fallimento lo trattiene … e non sa cosa lo aspetterà al cospetto del padre. Ma è il padre che, “quando era ancora lontano, … lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”, così marca la nuova relazione non con parole, “scuse e accuse” (F. De Andrè Hotel Supramonte), ma con i gesti e i movimenti: vide, corse, si gettò, lo baciò. Sono i movimenti dell’amore, il terzo in ogni relazione. Fa la prima mossa chi ha più amore.