Cari professori non fate gli psicologi – – – – – di Massimo Recalcati

Cari professori non fate gli psicologi

di Massimo Recalcati

Nel nostro tempo la scuola di ogni ordine e grado sembra ridotta ad un ‘esamificio’. L’impeto della valutazione vorrebbe imporre scansioni dell’apprendimento uguali per tutti. Sempre più si sta imponendo una scuola che il ‘sogno’ di un ministro della Pubblica Istruzione codificava con le tre ‘i’ (impresa, inglese, informatica), cioè una scuola fondata sul principio di prestazione. Il nostro tempo non coltiva l’ideale di una scuola autoritaria e disciplinare. Non è più il tempo in cui secondo una tristemente nota metafora botanica – l’allievo è assimilato ad una vite storta e l’insegnante ad un paletto diritto e ad un filo di ferro capace di raddrizzarne la stortura. Il conformismo attuale non è più morale ma cognitivo. Il nostro tempo non concepisce più l’allievo come una vite storta, ma come un computer vuoto. L’apprendimento è il riempimento del cervello di file seguendo l’ideale di un travasamento potenzialmente illimitato di informazioni nella sua memoria. All’illusione botanica si è sostituita quella tecnologico-cognitivista: morte dei libri, informatizzazione degli strumenti didattici, esaltazione delle metodologie dell’apprendimento, accanimento valutativo, burocratizzazione fatale della funzione dell’insegnante che deve sempre più rispondere alle esigenze dell’istituzione che non a quelle degli allievi. Attualmente un’altra illusione ha fatto capolino. È l’illusione dell’insegnante-psicologo, che possiamo sintetizzare con il racconto che ho udito fare da un professore di liceo ad un recente convegno sulla scuola al quale ho partecipato.

Questi si vantava nel suo lavoro quotidiano di lasciare da parte i contenuti dei programmi ministeriali per dedicarsi a cogliere i segni di disagio esistenziale dei suoi allievi, raccogliendo le loro confidenze più personali.

Mettere da parte lo studio di Aristotele, di Spinoza o di Hegel per dare voce alla sofferenza dei ragazzi della quale, com’è noto, i programmi didattici si disinteressano. Quale nuova pericolosa illusione si annida in questo atteggiamento? L’amore per il sapere – che dovrebbe animare ogni insegnante –lascia il posto ad una supplenza diretta del mestiere del genitore. Mentre l’informatizzazione cognitivista della scuola esalta un sapere senza vita, questa nuova ondata psicologista sembra invece esaltare la vita senza sapere.

Si tratta di due facce della stessa medaglia, accomunate da una stessa fondamentale dimenticanza: l’importanza dell’ora di lezione nel promuovere l’amore verso il sapere come condizione per ogni possibile apprendimento. Lo scandalo del professore di liceo che ha abusato del suo ruolo per coltivare relazioni sessuali con le sue allieve minorenni è ancora caldo. In quel caso si è trattato di una distorsione, o se si preferisce, di una deviazione di quello che gli psicoanalisti chiamano ‘transfert’. Di cosa si tratta? La sua matrice si trova nel gesto di Socrate narrato nel Simposio di Platone. Agatone, l’allievo, si siede vicino al maestro coltivando l’illusione che il suo cervello sia un contenitore dentro il quale Socrate dovrebbe versare il liquido del suo divino sapere. È l’illusione che abita ogni scolastica dell’apprendimento: essere un recipiente passivo che il sapere del maestro può riempire sino all’orlo. Ma Socrate si nega ad Agatone. Non accontenta la sua aspirazione ad essere ‘riempito’. Negandosi alla domanda ingenua di Agatone – «travasa in me il tuo sapere» – Socrate cerca di mettere in movimento il suo allievo (transfert significa ‘trasporto’, ‘sentirsi trasportati’) distogliendolo dall’illusione che conoscere significhi riempirsi passivamente il cervello di nozioni già esistenti e possedute da qualcuno. Il gesto di Socrate è controcorrente rispetto ad ogni idea scolastica del sapere ed è il motore di ogni forma di apprendimento autentico. Svuota il maestro di sapere affinché l’allievo si metta in movimento – si senta trasportato – verso il sapere, affinché nasca in lui un desiderio autentico di sapere. Il gesto di Socrate è innanzitutto un gesto di sottrazione: anch’io non so quello che tu non sai, non perché sono ignorante, ma perché so che è impossibile possedere tutto il sapere, perché il sapere stesso non può mai costituire un tutto. Il compito di un insegnante è quello di generare amore, transfert erotico, sul sapere più che distribuire sapere (illusione cognitivista) o mettere tra parentesi il sapere occupandosi della vita privata degli allievi (illusione psicologista), perché l’alternativa tra la vita e il sapere è sempre sterile.

Sull’importanza vitale dell’ora di lezione mi si permetta un ricordo personale. Da ragazzo frequentavo, alla fine degli anni Settanta, le aule disadorne di un Istituto agrario specializzato in coltivazione di serre calde, situato nell’estrema periferia di Milano. Alcuni dei miei compagni finirono sperduti in India, altri costeggiarono pericolosamente il terrorismo, altri ancora sono stati ammazzati dalla droga. Eravamo in quell’Istituto un manipolo di cause perse. Cosa mi salvò se non un’ora di lezione, se non una giovane professoressa di lettere di nome Giulia Terzaghi che entrò in aula stretta in un tailleur grigio rigorosissimo parlandoci di poeti con una passione a noi sconosciuta? Cosa mi salvò se non un’ora di lezione? Se non quella passione sconosciuta che Giulia sapeva incarnare? Questa storia non è solo la mia, ma è la storia di molti. Cosa ci salvò se non quel desiderio di sapere che si propagava dalla forza della parola dell’insegnante capace di scuoterci dal sonno? Non è forse questo quello che la scuola burocratizzata della valutazione e della informatizzazione sospinta rischia di dimenticare? Non è forse l’ora di lezione che può rimettere in movimento le vite scuotendole dall’inerzia di un sapere proposto solo come un oggetto morto? Auguro a tutti gli studenti di ordine e grado di incontrare la loro Giulia.

«la Repubblica», 20/9/2013

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Commento

Per circa 15 anni mi sono trovato nella condizione di essere nella duplice veste di insegnante e psicologo, prima di chiudere dopo circa 30 anni per stanchezza con l’affascinante figura di insegnante per scommettere su di me nell’esercizio della professione libera di psicoterapeuta. Ma pochi miei, alunni, credo, e anche pochi colleghi, sapevano della mia doppia laurea, e credo anche di non aver mescolato i due saperi, anche se convivevano in unità nel mio modo di essere. Per loro ero e sono sempre rimasto il Prof, anche se come Prof non mi sono tirato indietro, chiudendo occhi e orecchie, di fronte a qualche disagio percepito. Non potevo abdicare alla funzione educativa di aiutare, capire e sostenere, anche se per questo dovevo correre qualche rischio trasgressivo. Ricordo un caso limite ed è un ricordo indelebile e punto fermo nella mia convinzione che un bravo insegnante può essere un buon “terapeuta” per i suoi alunni. 

Si era alla fine dell’anno scolastico, quando tutti, insegnanti e alunni, corrono per far quadrare i conti scolastici. Ero alla mia ultima ora di storia del calendario, prima degli scrutini di qualche giorno dopo. Da qualche mese mi turbava il fatto che un mio alunno di 16 anni, deluso dalla scuola e dagli insegnanti, avesse deciso di abbandonare la scuola per andare a lavorare nell’azienda paterna. Era uno studente capace, dinamico, vivace, era sempre presente in classe, senza per questo mai disturbare. Il giorno prima, in classe lo chiamo e decisamente cerco di fargli capire che non poteva rinunciare alla scuola per delusione o per insofferenza, ma che anzi, se nella percezione degli insegnanti era uno su cui non puntare, una carta non vincente, una causa persa, avrebbe dovuto accettare la sfida con loro e con se stesso di non essere una causa persa. Gli chiedo quante “materie insufficienti” aveva, mi risponde: “Quattro con la sua di storia!.” Allora, con quattro insufficienze si era inesorabilmente bocciati. Gli faccio presente che anche se in storia aveva un 4, per suo rifiuto, da tempo deciso, ormai di farsi interrogare, tutto sarebbe stato rimediabile, se fosse riuscito a sanare l’insufficienza di storia, cosa possibile per lui, se si fosse messo a studiare tutta la sera e la notte i capitoli del “programma”. Di fronte alla sua titubanza gli feci la proposta di trovarci la sera a mangiare una pizza, abbandonando la veste dell’insegnante e dell’alunno. Ho cercato con tutta la mia arte di essere convincente a tentare la scommessa, lasciandoci con suo: Ci penserò. L’indomani mattina entro in classe e rivestendo la mia funzione di insegnante chiedo se c’è qualcuno che voleva farsi interrogare per riparare in storia. Vedo il mio alunno alzare la mano, faccio l’insegnante “carogna”, dicendogli platealmente che con un quattro sarebbe stato impossibile migliorare, tanto più per uno che non aveva più studiato da qualche mese. Si alza il coro dei compagni a farmi pressione per interrogarlo, a concedergli comunque una possibilità. Sto al gioco, accetto la sfida. Lo interrogo, prima in modo “dolce” e accorgendomi che durante la notte aveva studiato e bene, faccio sempre più il pignolo, chiedendogli minuzie insignificanti, come se volessi torchiarlo, sollevando la protesta del resto della classe: “Ma, prof, queste cose non le ha mai chieste a nessuno, perchè proprio a lui che deve essere invece aiutato? ” Concludo l’interrogazione di un’ora con un 8 meritato, senza sconto, e ineccepibile ai suoi occhi e a quelli degli altri. Ho fatto per una volta l’insegnante matematico.

Quel ragazzo ha continuato a studiare, l’ho rivisto anni dopo, si è laureato Scienze Forestali ed Ambientali, Docente del corso di “Xilologia per il restauro di opere d’arte dipinti su tela, tavola e sculture lignee”,  Ricercatore presso CNR -­‐IVALSA

Per lui e per me quella serata e quell’interrogazione sono state la mia più grande soddisfazione di insegnante!

Ripensandoci ancora adesso forse la mia arma vincente, senza saperlo, è stata quella di affascinare gli alunni, smuoverli dalla monotonia dell’ora di lezione, sbloccare i contenuti asfittici del sapere, e nello stesso tempo severo però nella metodologia e nel pretendere l’impegno. Arti probabilmente apprese e trasferite dal mio essere stato alunno e studente delle mie tre Giulie, maestri e insegnanti, da cui sono stato affascinato, ognuno con la sua peculiarità. Non mi spiego altrimenti perché ancora alcuni studenti si ricordano di me e mi vengono a cercare anche nella nuova veste.

Arti infine che riconosco di attivare ora nel mio essere psicoterapeuta, nel Socrate che ammonisce di non sapere, con le parole di Montale

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato                                                                      l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco                                                                                       lo dichiari e risplenda come un croco                                                                                          perduto in mezzo a un polveroso prato.                                                                                           Ah l’uomo che se ne va sicuro,                                                                                                          agli altri ed a se stesso amico,                                                                                                                e l’ombra sua non cura che la canicola                                                                                    stampa sopra uno scalcinato muro!                                                                                               Non domandarci la formula che mondi possa aprirti                                                                     sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.                                                                               Codesto solo oggi possiamo dirti,                                                                                                       ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”

Poesie scelte: EUGENIO MONTALE,  Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti Editore 1925).