Agonia della psichiatria

Agonia della psichiatria

Vorrei fare alcune considerazioni sugli orizzonti di conoscenza e di senso della psichiatria; nel momento in cui la vertiginosa ascesa e il dilagare delle neuroscienze sembrano svuotare la psichiatria della sua autonomia tematica e della sua ragione d’essere psicologica e umana.

Trainata dalle strutture conoscitive e metodologiche delle neuroscienze (della biologia molecolare), la farmacopsichiatria tende fatalmente alla cancellazione di ogni psichiatria ermeneutica (fenomenologica e psicoanalitica): di ogni psichiatria che nell’ascolto e nel dialogo, nella interpretazione e nella alleanza con altre discipline umane, riconosca una radicale significazione del fare psichiatria. A questa psichiatria si vuole sostituire la psichiatria della oggettivazione, della comportamentalità e della farmacoterapia sganciata da ogni valutazione degli aspetti psicologici e fenomenologici della malattia: della sofferenza psichica.

Cosa avviene della psichiatria, e delle fondazioni etiche della psichiatria, quando essa si identifica nelle risultanze delle neuroscienze e nella immagine della condizione umana che ad essa consegua?

Ancora: cosa fa chi pensi che una emozione, un’esperienza di vita, una fantasia, una ideazione, nascano da una attivazione neuronale, da una scompensazione neurotrasmettitoriale, quando abbia a trovarsi dinanzi ad un paziente, ad una paziente, che da abissi di dolore chieda aiuto?

Non incontra sguardi, non interpreta significati, non coglie esistenze a volte luminose, a volte straziate, scivola nella indifferenza sulle lacrime e sul sorriso che aggiungono un filo alla tela brevissima della vita; ma constata (in una atmosfera ghiacciata che la sua teoria e la sua prassi gli richiedono) la presenza di quella che, senza forzature e senza deformazioni ermeneutiche, è possibile chiamare una “macchina biologica”: la aggiusta se guasta, e la abbandona se, a suo giudizio, è inservibile. Non è facile sfuggire a queste considerazioni quando la condizione umana sia ricondotta alla sua naturalità e sia destituita della sua particolare posizione nel mondo.

[…]. Nel modello biologistico di conoscenza si giunge, certo, all’esclusione della soggettività, della immedesimazione e della commozione dal colloquio clinico. Non si devono provare sentimenti nell’incontro con i pazienti che si trasformano, così, in un oggetto di conoscenza: senza che sia utile alcuna partecipazione emozionale al loro destino.

[…]Il tema delle emozioni è quello nel quale nascono, e si radicalizzano, le differenze (quasi) incolmabili fra una psichiatria che si esaurisca nella sua ragione d’essere biologica (gli eventi psichici non sono se non eventi neuronali), e una psichiatria che consideri ogni esperienza psico(pato)logica nella sua complessa dimensione psicologica e biologica, personale e interpersonale nel contesto di strategie terapeutiche che non possono se non essere farmacoterapeutiche e psicoterapeutiche.

Il tema della depressione è al centro di ogni riflessione terapeutica e clinica in psichiatria; ma non solo in psichiatria. Nei grandi strumenti di comunicazione mediatica non si fa se non parlare di depressione: del suo estendersi ad ogni età della vita (anche all’infanzia: come oggi si sostiene in un vortice di illazioni senza fine che hanno sole fondazioni ideologiche) e dei modi sempre e soltanto farmacologici, con cui la si deve curare.

[… Non ha importanza fare queste distinzioni, non ha importanza (non serve e non ha senso) ascoltare i pazienti, interpretarne i vissuti e ricostruirne la storia della vita; e questo perchè ogni condizione depressiva, o ansiosa, deve solo essere cancellata farmacologicamente. Cosa che si ottiene nella misura in cui ricorra alla somministrazione di farmaci antidepressivi delle “ultime generazioni”.

[…] Ci si avvia, così, lungo il cammino di una somministrazione e di una utilizzazione, sfrenata di farmaci ad azione antidepressiva: nel tentativo disperato e temerario di rimuovere qualsiasi forma di tristezza, e di sofferenza, possa sommergere e anche solo lambire l’esistenza di ciascuno di noi. Non c’è più motivo, allora, di scendere lungo i sentieri misteriosi che portano verso l’interno: alla ricerca delle ragioni psicologiche e umane che conducano ai confini della tristezza. Basta prendere, su ricetta medica, una delle moderne sostanze antidepressive; e la sofferenza (il dolore) si attenua e poi scompare: gli orizzonti di una vita felice, di una vita che non abbia ombre, si dischiudono dinanzi ad ogni umano destino.

[…] Siamo, in qualche modo, invitati a somministrarci antidepressivi quando le ombre della vita, una umana illusione stroncata, scendano su di noi. Così, ne è riequilibrata la vita emozionale: ne sono cicatrizzate le ferite dell’anima e ne sono inaridite (raggelate) le sensibilità, e le fragilità, che sono in noi.

Nel dilagare di teorie e di modelli pratici di cura, che affidano ai farmaci antidepressivi la risoluzione di ogni problema interiore e di ogni conflitto, e la possibilità di uniformare (di omogeneizzare) i modi di vivere e di elaborare gli eventi della vita, sottraendoli ad ogni risonanza emozionale, si nasconde in fondo la tentazione (la utopia), consapevole e inconsapevole, di creare robot [71] che non si lascino influenzare e nemmeno toccare dagli avvenimenti.

Non solo: si progetta una vita dalla quale si allontani ogni riflessione sul senso della vita, e nella quale si sia immersi in una condizione emozionale standard: in una condizione emozionale gaia e indifferente al dolore nella quale non si abbia più nulla a che fare con l’ansia e la tristezza, con gli stati d’animo che nascano dalle contraddizioni e dalle ferite della vita: con la fatica di vivere che ci fa pensare e ci mette in relazione con la sofferenza degli altri-da-noi e con la nostra sofferenza.

(Gli antidepressivi nella infanzia: non c’è fine alla tentazione di estendere la somministrazione dei farmaci antidepressivi ad ogni forma di vita che non sia quella della gaiezza e della euforia: le sole emozioni tollerate nella vita adulta e, ora, nella vita della infanzia. Non si tollera che ci siano bambini seri, attenti e riflessivi, ma si vogliono solo bambini espansivi e allegri. Scambiando, così, per malattia, per patologia, modi di essere riservati e discreti. Ci si affida allora agli antidepressivi per progettare nella vita adulta e, oggi, in quella infantile una condizione emozionale standardizzata: omogeneizzata e sottratta ad ogni ansia e ad ogni tristezza che sono (che possono essere) sentimenti dotati di un senso. Ci possono essere (certo) bambini timidi e solitari; ma la tristezza, e la ricerca di solitudine, sono non di rado legate a modelli genitoriali di comportamento immersi nella fretta e nella indifferenza. Così, con la prescrizione di antidepressivi, i genitori vengono liberati dalle loro responsabilità; invece di creare in loro riflessione e di accrescere in loro il senso di responsabilità, si abbandonano i bambini ai farmaci: con la ulteriore insorgenza di insicurezza e di dipendenza. Come nella adolescenza, così in maniera ancora più decisiva nella infanzia, c’è bisogno di dialogo e di ascolto; e non di inutili psicofarmaci.)

Eugenio Borgna – Le interruzioni del cuore, Feltrinelli

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Commento

Agonia della psichiatria? Ma ancor più della psicoterapia nelle sue variegate forme. Se le neuroscienze in modo acritico stanno sempre più proponendo, con le loro avanzate scoperte e conoscenze del funzionamento del sistema neuronale cerebrale, una visione e un modello di uomo privo di una vita psichica autonoma che non sia riconducibile al sapere della biologia molecolare, allora non c’è più bisogno del sapere psichiatrico, almeno di quello interpretativo, e del sapere psicologico. Tutto è annullato e assimilato al corporeo e alla biologia molecolare.

Non si tratta qui di riproporre il nodo filosofico del dualismo fra anima (psiche) e corpo, ma di riconoscere l’impossibilità di ridurre la vita psichica a semplice manifestazione di una combinazione molecolare meccanicistica. Se così fosse la patologia psichica sarebbe uno disfunzionamento dell’attività molecolare dei neuroni cerebrali, la cui cura sarebbe un farmaco specifico. Si arriverebbe, e ci si sta arrivando sempre più, ad una diffusione della cura farmacologica della problematicità della vita psichica e ad un annullamento delle emozioni che ne sono lo specifico manifestarsi. Solo così si capisce l’investimento economico nella ricerca dell’industria farmaceutica e il connubio speculativo con il mondo della psichiatria. Spente le emozioni, scivolare in una vita anonima, assenza di relazioni, ritirarsi nel silenzio della parola, irrigidimento del comportamento e della mimica facciale, sperimentare una vita quasi robotica; queste sono le manifestazioni della massiccia assunzione di psicofarmaci, riconoscibili anche da un profano e che ci fa dire che la persona non è più quella di prima.

La terapia della parola (psicoterapia, psichiatria relazionale) ridotta ad una nicchia, coltivata da appassionati ferventi, capaci ancora di emozionarsi con le emozioni del paziente, partecipare al dolore dell’altro con cui si sta in una speciale relazione, impegnarsi in una non facile ricerca del perché, sentire la solidarietà umana che accomuna: tutto questo è l’alternativa al farmaco facile.

Ed è quello che provo, anche il pianto, quando mi trovo davanti ad un nuovo paziente che con angoscia mi chiede aiuto.