C’è una ragione perchè sia tornato in questo paese . Cesare Pavese

for C.  Ripeness is all

 C’è una ragione perchè sia tornato in questo paese, qui non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba.

Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra, né delle ossa ch’io possa dire «Ecco cos’ero prima di nascere ». Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto?

Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono,·ma·è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più di un comune giro di stagione.

Se sono cresciuto in questo paese, devo dir grazie alla Virgilia, a Padrino, tutta gente che non c’è più, anche se loro mi hanno preso e allevato soltanto perché l’ospedale di Alessandria gli passava la mesata. Su queste colline quarant’anni fa c’erano dei dannati che per vedere uno scudo d’argento si caricavano un bastardo dell’ospedale, oltre ai figli che avevano già.

[…] Cosi questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo.  Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so ch’è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. Si fa l’uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C’è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo. Che cosa vuol dire?

Che un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.                                        Un paese vuol dire non essere soli,  sapere che nella gente, nella terra                                c’è qualcosa di tuo,  che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

[…] Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?

C’è qualcosa che non mi capacita. Qui tutti hanno in mente che sono tornato per comprarmi una casa e mi chiamano l’Americano, mi fanno vedere le figlie. Per uno che è partito senza nemmeno averci un nome dovrebbe piacermi, e infatti mi piace. Ma non basta.

Cesare Pavese –  La luna e i falò  Eimaudi  1950

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Commento

Facendo ordine in libreria mi sono imbattuto in questo capolavoro di Cesare Pavese, letto e riletto tanti anni fa, anche a scuola quando insegnavo. Ho riletto ancora le prime pagine, trovando verità, particolari non visti, o non capiti, prima. E sono convinto che la dedica a uno sconosciuto C. sia la chiave di lettura  e punto di arrivo della sua esperienza di vita: La maturità è tutto.

È la storia di un ritorno, di un “bastardo”, senza nome, senza storia e senza famiglia, andato in America a far fortuna, che ritorna nel paese dove era stato creciuto da una famiglia affidataria, dove aveva trascorso in povertà la sua infanzia. Se n’era andato andato per vedere il mondo com’è fatto, perché il paese gli stava stretto. E ora che il mondo l’aveva girato e l’aveva conosciuto, sente il bisogno del suo paese, anche se prima non lo sentiva suo.

Perché questa smania del ritorno, perché questo richiamo insistente del paese che non lo fa essere in pace con se stesso? E perché cede al richiamo del canto della sirena? Perché in questo infinito, forsennato girare il mondo senza senso, quando poteva dire di essere diventato qualcuno, i conti non gli tornano, “c’è qualcosa che non mi capacita”. Perché deve fare i conti con la mancanza delle radici, della identità, ( “Chi può dire di che carne sono fatto?” ), della sua storia. Desiderio rincorso e forse deluso, ma può almeno far pace con se stesso se riesce a “farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più di un comune giro di stagione”.

Da qui la scoperta con la maturità, con l’esperienza, con il tempo maestro di vita, “Che un paese ci vuole, … un paese vuol dire non essere soli”. La solitudine è il male di vivere, il sentire che non interessi a nessuno, anche se sei in mezzo a tanta gente, uno dei tanti che non fa la differenza, che vivi senza amore. La solitudine che si incontra e che accomuna tutti quelli che varcano la porta della psicoterapia.

Perciò il desiderio, scoperto e coltivato, di “sapere che nella gente, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Desiderio di lasciare una traccia della tua presenza, rinnovata dalla memoria di qualcuno a cui affidi un testamento vivo, “perché la sua carne valga e duri qualcosa di più di un comune giro di stagione

Io non ho girato il mondo, non ho avuto la smania di conoscerlo, passando mari e monti, ho un paese dove ho lasciato le mie radici e vivo per necessità nella stessa città, lontana millecinquecento chilomentri, da cinquantatre anni. Ma puntualmente ad ogni cambio di stagione vi ritorno per lunghi periodi ad innaffiare le mie radici e a ritrovare la memoria “ di che carne sono fatto” e il filo della mia storia alla ricerca di me stesso.

2 Risposte a “C’è una ragione perchè sia tornato in questo paese . Cesare Pavese”

  1. Proprio così Pino ed è bello scoprirlo. Io vivo la tua esperienza, anch’io periodicamente vado ad annaffiare le mie radici nel paese dove sono nata e vado a ricongiungersi con una parte di me che è lì ad aspettarmi.

    1. Grazie Flaminia. Forse la nostra storia è la storia di un “emigrato” non per scelta, ma per sorte toccataci!

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