Dialogo di una alunna e un insegnante – – – – – Un caso di resilienza di Giuseppe Basile

Dialogo di una alunna e un insegnante

Un caso di resilienza

 

Samantha Sartori.: 20/07/20, 03:01

  Caro prof. Basile, qualche anno fa scrissi un post dove parlavo di Lei, molti tra i miei piú cari amici mi scrissero che avrei dovuto farle sapere quanto le sue ore di lezione al Fontana avessero avuto un ruolo fondamentale nel mio futuro, anche se all’epoca non mi diplomai a Rovereto. Volevo solo farglielo leggere senza nessuna pretesa che si ricordi di me, sono passati piú di 30 anni. La spero bene, la ringrazio e le invio tanti cari saluti, Samantha.

 Post 27 agosto 2013

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“25 anni fa svogliatamente lessi un libro, che non compresi, che mi annoiò non poco, del quale non ricordavo nulla se non l’entusiasmo del Prof. Basile quando in classe leggeva alcuni passi.

Non ho mai dimenticato la passione di quell’unico adulto con il quale discutevo sempre, contestando tutto, l’unico con il quale potessi parlare in classe quelle poche ore, ma andava bene anche così.

Un giorno decise che si era stufato dei promessi sposi ed iniziammo a leggere questo libro (La luna e i falò di Cesare Pavese) del quale non ricordavo nulla se non l’autore ed il titolo, l’ho ricomperato qualche mese fa perché ero curiosa di sapere che volesse dirci.

Ho sempre avuto la sensazione di aver vissuto un po’ a caso e non ho mai capito il perché di alcune mie decisioni, ma così mi diceva il cervello e così facevo, spesso senza pensarci troppo e senza avere la più pallida idea di come difendere le mie scelte e forse così mi si è formato quello spazio vuoto attorno che è dato dalla distanza minima da tutti che fa sì che nessuno mi possa chiedere “perché?”, non interessa a me e riflettere per trovare una risposta mi stanca e riduce tutto al cercare di incastrare le mie scelte in qualche schema riconoscibile.

Le mie scelte non sono mai state dettate da necessità materiali (anche se uso questo punto per tagliare corto con chi mi chiede “perché?”), lavoro da sempre, dove mi metti sto e riesco a sopravvivere. Queste necessità sconosciute invece hanno sempre avuto la meglio su tutto, ed i casini che ho dovuto affrontare negli ultimi vent’anni per seguire ciecamente questo istinto non riuscirei neanche ad elencarli.

Studiando statistica ho imparato che anche il caos ha le sue regole si tratta solo di trovarle. Tra queste pagine dimenticate ho ritrovato molte delle mie scelte in particolare quelle che non ho mai veramente compreso e non ho mai capito da dove arrivassero.

Questo passo mi ha fatta sorridere, perché quando sentivo il bisogno di andarmene avrei potuto scegliere luoghi più sicuri dove sapevo chi mi aspettava, luoghi dove avevo contatti, anche in America. Invece ho scelto un posto dove non conoscevo nessuno, dove nessuna delle persone che conoscevo aveva deciso di vivere.

Chissà come sarebbe stata la mia vita senza questo libro e senza quel professore che quando gli dissi che volevo ritirarmi da scuola mi disse: non farlo! Poi è quasi impossibile che tu riesca a riprendere”. Mi ritirai comunque, ma in quella frase c’era un “quasi” e il “riprendere” come se esistesse una possibilità che avrei dovuto prendere in considerazione, l’inattesa fiducia in me di un adulto che, sbagliando, credevo non mi sopportasse. Questa frase mi è rimbalzata in testa fino al giorno in cui ho deciso di farla diventare reale.

Vorrei dirgli che dopo 4 anni ho lasciato tutto ed ho ripreso e non mi sono fermata più e che ora vivo a Manhattan (per ora), che è anche il titolo ed il luogo dove si svolge il primo bel film che vidi in vita mia che faceva parte di una lunga serie di scelte alternative al programma di italiano.

G. Basile:          Samantha Sartori, visto ieri il messaggio!

Dici bene, dopo 30 anni, difficile ricordami, se non ci sono altri indizi, con la memoria che vacilla per l’età.

Quindi se hai altri indizi di quel periodo, anno in cui hai frequentato il Fontana, compagni di classe o qualche foto di quegli anni scolastici o episodi significativi.

Credimi, è una gioia per me scoprire senza accorgermi di essere stato significativo nella storia e nella vita di una alunna. Mi rimane la consolazione di aver lasciato qualche traccia memorabile del mio passaggio nel mondo della scuola. E soprattutto di aver aiutato un’alunna a credere in se stessa e nel suo valore.

Un altro caso simile al tuo è quello con un alunno, che aveva deciso di abbandonare la scuola a fine anno.

 https://www.giuseppebasilepsicoterapeuta.it/819-2/

 Aspetto tue notizie

 Samantha:   

Non si preoccupi, mi sono immaginata che non passasse le giornate  su    facebook.

Anzi, sono molto sorpresa di averla trovata sui social. Anni fa provai a rintracciare la sua email ma poi cambiai idea e non le scrissi. Ho sempre paura di disturbare.

Mi sono ritirata nell’88/89. Ho ripetuto la prima e poi in terza mi sono ritirata. Quindi Lei mi ha insegnato italiano e storia per 3 anni al biennio.

Posso far leva sulle flashbulb memories (mi sono occupata della parte statistica del lavoro di una studentessa di psicologia che scrisse la tesi dopo 9/11): Io giocavo a hockey su prato, e ricordo che gli insegnanti non erano molto contenti che perdessi giorni di scuola per seguire questa mia passione.

Lei disse a mia mamma che io contestavo tutto, ero piuttosto indisciplinata e nell’ultimo anno con lei, in seconda, mi mise in banco da sola, seduta alla sua destra in prima fila. Gli altri anni ero sempre in fondo. Vincevo sempre in larga misura le elezioni di rappresentante di classe, visto il mio inspiegabile disinteresse per l’approvazione di adulti, professori o meno. Anche oggi percorro sempre con decisione la strada che reputo giusta, il che mi crea non pochi problemi con le persone “potenti”.

Ero insopportabile, ma all’epoca non capivo proprio che ci facevo in quelle classi. Mi interessava poco sia la ragioneria che il calcolo, mentre mi piacevano molto di più la matematica, le scienze e l’italiano (anche se non eccellevo in quest’ultima).

Ora ricordo che lei mi prendeva in giro perchè nonostante i voti bassi nelle altre materie andavo molto bene in scienze con la prof P., molto brava e severa. La prof.ssa P. una volta disse in consiglio di classe che ero un modello per la classe e lei non ci poteva credere ed iniziò a prendermi in giro chiamandomi “modello” ogni volta che disturbavo. Ricordo che trovavo divertente questa cosa. Ero infatti una rompiscatole e di certo non un modello.

Per concludere la storia che le ho raccontato, nel 1992 sono scappata di casa con uno scatolone, mi sono riscritta alle superiori nello stesso anno dove vivevo e lavoravo (bar, ristoranti, fabbriche) in provincia di Verona con studenti molto più giovani di me. Un anno non avevo la casa ed ho vissuto nel magazzino della crepperia dove lavoravo, non c’erano finestre e neanche la doccia, solo un gabinetto, ero in quarta ragioneria. Una cosa sola sapevo: non bastava andarmene di casa. i lavori che potevo fare, ed ero brava a fare, erano manuali, non ho mai avuto problemi a trovare un lavoro, sapevo che solo lo studio mi avrebbe veramente cambiato la vita. Non volevo cambiare dal panificio per fare la cameriera. Non sapevo come, non avrei mai immaginato che sarei andata all’università, i miei obbiettivi erano sempre piccoli prima diplomarmi, e dopo tre anni di tortura alle superiori mi diplomai.

Mi sono diplomata dopo tre anni. All’età di 25 anni, mi sono iscritta ad un DU in statistica all’Università di Trento senza nessuna aspettativa, scrivendo la tesi al centro nazionale di ricerca tumori di Amsterdam. Mi sono appassionata alla statistica medica e poche settimane dopo essermi diplomata ho iniziato a fare ricerca come borsista alla facoltà di medicina di Verona. Mentre lavoravo lì, ho conseguito una laurea in statistica popolazione ambiente all’Università di Bologna. Mi sono in seguito trasferita alla Statale di Milano dove ho fatto ricerca in medicina del lavoro e nel frattempo ho conseguito una laurea specialistica in Biostatistica e Statistica sperimentale alla Bicocca. Finita la specialistica, sempre lavorando alla statale, ho iniziato un dottorato in statistica biomedica nel 2008 e a metà del corso di dottorato mi sono trasferita alla Columbia University come visiting scholar per finire la tesi di dottorato. Finito il dottorato sarei dovuta rientrare a lavorare alla Statale, ma ho avuto un’offerta di lavoro all’Icahn School of Medicine al Mount Sinai e sono ancora qui, ormai da oltre 10 anni.

Vivo a Manhattan, come il film che vedemmo durante le ore di lezione. Ricordo che ci fece vedere anche Odissea 2001 nello spazio, e se questa non è fiducia nei propri alunni non so proprio cosa altro possa essere.

Sono appassionata di cinema da sempre e chissà che anche questa passione non l’abbia ereditata da lei. Nel tempo libero sono reporter per una radio on line di base a Londra. Intervisto registi, screenwriters, produttori ed attori. Seguo tutti i festival cinematografici più importanti e minori. Da qualche anno ho press accreditation e vedo i film ai press screening con i più importanti critici di New York. Il mio tempo libero lo passo al cinema, non possiedo televisione o divano da anni, sono sempre al cinema. Proietto anche live subtitles su vecchi film al Moma film (hanno 3 sale cinematografiche), dove ci sono spesso retrospettive di vecchi film.

Ora oltre al mio lavoro di ricerca ho iniziato ad insegnare ad Hunter College un corso di statistica per dati categoriali. Essendo stata io stessa una degli ultimi della classe cerco sempre di incoraggiare gli studenti che hanno problemi, tanto quelli bravi imparano anche da soli (le ultime due lezioni le dedico tutte ai più bravi facendo una rassegna dei metodi più avanzati che poi però non chiedo all’esame, e spesso sono quelli che hanno problemi sono i più entusiasti di queste ore di lezione).

Insomma tutto questo perchè a suo tempo non ero abbastanza brava per fare il ragioniere , un lavoro che non avrei comunque fatto mai. Non ho solo riletto “La luna ed i falò ” ma molti altri libri. Credo di aver deciso di lasciare il panificio dei miei dove lavoravo solo perchè volevo leggere. Non sapevo cosa, ma ero sicura che in quei libri avrei trovato quello che non sapevo ancora di desiderare. Ora ho una vita dignitosa in una città che amo molto.

“Bisogna che vada in un posto dove il mio mestiere mi renda. Ma che sia lontano, che nessuno del mio paese ci sia mai stato”

(Cesare Pavese La luna e i falò)

Non è importante che si ricordi di me, io mi ricordo di Lei, anche se ho studiato in 2 scuole superiori diverse e mi sono laureata in 4 Università’. Io sono una delle peggiori studentesse passate dal Fontana. La scuola così com’era non faceva per me. Ho iniziato l’Università per scherzo, ma mi sono presto resa conto che la flessibilità degli orari e degli esami erano tutto quello di cui avevo bisogno. Ho sempre lavorato e studiato, ma nonostante tutto sono sempre riuscita a gestire il carico di lavoro. Forse ero troppo piccola per stressarmi con la scuola, avevo bisogno solo di qualche anno di pace.

Dimenticavo, ho letto la storia del suo studente è bellissima! https://www.giuseppebasilepsicoterapeuta.it/819-2/

Leggendo la storia del suo studente mi sono ricordata di quando ci fece leggere   “Il mare colore del vino” di Sciascia. Ricordo che iniziammo a parlare del libro, e trovai un filo che connetteva tutte quelle storie. Alla fine, credo di ricordare mi diede 7, con la classe che si lamentò perchè meritavo di più. Lei disse che se mi avesse dato un 8 o più avrei smesso di studiare perchè puntavo solo alla media del 6, il che era vero. Probabilmente anche per quell’interrogazione non avevo studiato, avevo solo avuto un’intuizione mentre parlavo del libro con lei.

Non so perchè ho avuto questa vita fuori dai binari. Forse è solo colpa di “Bufalo Bill”.

G. Basile           

Probabile!! Ma ricordi anche la canzone di Buffalo Bill di De Gregori? E anche Il mare colore del vino di Sciascia? Quante volte l’ho proposta come tema in classe quando insegnavo, andando contro corrente, privilegiando il valore della divergenza.

Ho smesso di insegnare nel ’94, quando non si capiva più il comportamento e l’insegnamento “eretico”, quando la suola stava diventando azienda strettamente regolamentata, i presidi erano dirigenti e gli insegnanti dipendenti, ma anche era cambiata la generazione degli alunni, meno critici, svogliati e ammutoliti.

Con i tuoi ricordi mi fai tornare indietro ad una parte felice della mia vita, mi piaceva stare con gli studenti, proporre stimoli culturali per accrescere soprattutto il loro spirito critico, che era, a mio parere, la cosa più importante della loro formazione che non imparare nozioni fredde e nozionistiche.

Ma ho continuato ad essere eretico anche nella nuova professione di psicoterapeuta, rifiutando il dogmatismo delle scuole di formazione, e nella mia pratica psicoterapeutica, su cui ha influito anche la mia formazione di insegnante. Non esistono gli “alunni”, come non esistono i “pazienti”, ma l’alunno individuo che ha un nome (come ben ricordi, ma non io, tu eri “il modello”) che lo identifica e così il paziente unico con la sua patologia.

Ma come ho fatto a dimenticarti? Non solo, come hai fatto a farti bocciare in prima, che per me avrebbe dovuto essere una rarità. Perchè ti ho cancellato dalla mia memoria? Aiutami a ricordare. Da dove venivi? Che lavoro faceva tuo padre?  Chissà che non mi si apra qualche spiraglio.

 Ho rintracciato Michela Lorenzini, si ricorda di te.

 Grazie della tua testimonianza!

 

Samantha:              

Non sapevo avesse smesso di insegnare così presto, che peccato, mi dispiace molto. All’entrata del mio ufficio c’è un cartello: “wrong is wrong even if everyone is doing it, right is right even if no one is doing it” che nel mio campo calza a pennello come nella scuola o nella sanità, purtroppo.

Abitavo a Mori, i miei genitori hanno il forno al semaforo. Ma fa niente se non si ricorda, sono passati 32 anni.

Sono stata seduta nella sua classe per 3 anni, anche se a volte mi alzavo e me ne andavo senza chiedere il permesso. Oppure entravo nelle classi dove stava insegnando senza nessun motivo e poi uscivo. Raramente, ma ricordo di averlo fatto. Ricordo perfettamente Bufalo Bill che ci fece ascoltare e poi interpretare, ascoltai poi tutta la discografia di De Gregori, che ho visto live per la prima volta qualche anno fa qui a New York.

Di me posso dirle che la facevo arrabbiare non poco, ho un diastema molto evidente tra incisivi inferiori. Non cerchi di ricordarsi gli studenti invisibili, non ero io, sono una di quelle studentesse che forse non le piacevano, non stavo in disparte, anzi dovevo sempre dire la mia. Non mi cerchi tra gli introversi, silenziosi. Ricordo che non amavo venire a scuola, ero contenta solo i giorni nei quali avevo lezione con Lei. Ovviamente poi non lo davo a vedere, ma adoravo discutere con Lei in classe. Non a caso in terza mollai perchè non mi interessava più nulla, le noiosissime lezioni di calcolo, ragioneria, non ricordo neanche chi fossero i professori, ricordo il prof di Italiano che mi disse che non potevo fare teatro perchè ero troppo ribelle.

In prima quell’anno bocciarono molti studenti, mia madre veniva poco alle udienze perchè ci rimase molto male quando mi bocciarono in prima perchè nessuno le aveva detto che avevo problemi, non ne avevo mai avuti prima, ero una delle più brave alle elementari, e alle medie me la sono cavata senza grossi problemi. Ricordo anche le madri di altri studenti che si presentavano alle udienze spesso, e per qualche ragione che non ho mai capito i loro figli non brillanti miglioravano i voti, forse prendevano lezioni private, ma non importa, se dovessi tornare indietro non vorrei mai essere loro. Ricordo solo che i miei professori delle medie quando scrissero le indicazioni sulla mia pagella dissero solo “se vuole, può frequentare qualsiasi istituto superiore”.

I miei volevano che andassi a lavorare nel forno di famiglia (la mia famiglia ha un forno da quasi 100 anni), volevano che facessi al massimo una scuola professionale ed io per trovare un compromesso chiesi di fare ragioneria. Nella vita poi sono diventata tutto tranne quello che volevano. Inconsciamente credo di aver studiato, perchè avevo l’impressione che avrei potuto discutere con persone interessanti ed istruite solo se fossi diventata una persona interessante ed istruita.

Ho fatto di tutto nella vita, anche venduto costumi in spiaggia a San Felice Circeo per pagarmi il primo anno di università. Non ho mai desiderato essere la prima della classe, ma mi piaceva il sapere, per questo andavo bene con la prof. P, insegnava cose interessanti con tanta passione, e lo stesso vale per lei, con la differenza che la prof. P. mi insegnava nozioni per me interessanti come la geografia astronomica, ricordo i più bravi della classe che volevano studiare con me perchè i miei voti erano altissimi, prendevo facilmente 9 quando la maggior parte della classe faceva fatica a raggiungere il 7 e le sufficienze erano poche. Volevano studiare con me e io non sapevo neanche che volesse dire studiare, a me sembravano cose intuitive e semplici oltre che molto interessanti. Ma poi dovevo anche studiare inglese commerciale, tedesco commerciale, stenografia, una noia mortale.

Nessuno si è mai preso la briga di chiedersi se ero nella scuola giusta, nessuno si è reso conto che forse avevo solo bisogno di un po’ di incoraggiamento, che non ho mai avuto, anche per colpa del mio atteggiamento verso tutti.

Ma le sue lezioni non le ho dimenticate, e neanche il mio cervello, che mi ha sempre guidata togliendomi ogni dubbio nei momenti importanti. Non so perchè ho fatto tutto quello che ho fatto, ma so per certo che nei libri che ci ha fatto leggere, nelle canzoni che ci ha fatto ascoltare e nei film che ci ha fatto vedere c’era tutto quello che poi negli anni si è materializzato. I miei amici di oggi vengono da ogni lato del mondo, sono sensibili all’arte, si discute di cinema, di musica e di statistica o di cibo.

In circostanze diverse forse la mia vita sarebbe stata diversa, ma va bene anche così, ho avuto una vita unica, ancora oggi ho un senso di inferiorità per colpa di tutte quelle bocciature, che senso avevano? Sono stata bocciata in prima e anche in terza. Sulla carta ero una sciocca, io non mi sono mai sentita inferiore, ma nel posto sbagliato, al momento sbagliato, nel sesso sbagliato, come in tutte le storie raccolte nel Mare colore del vino. Ero come quel bambino sul treno in Sicilia (e le giuro che non ho mai più letto quel libro, lo ricordo ancora solo per l’occasione che mi ha dato di parlarne con lei in classe).

A 20 anni me ne sono andata, non ne potevo più della routine del lavoro in panificio, volevo solo morire, e mi sono data una possibilità, ci ho pensato molto, ho pensato che potevo perlomeno provare ad avere una vita completamente diversa, e non sono tornata più. Torno a trovare la mia famiglia e i miei fratelli che amo molto.

G. Basile: 

Cosa ti ha spinto a riprendere gli studi nella scuola serale di Verona dopo anni di assenza dalla scuola e con quella esperienza negativa? Perchè hai ripreso in condizioni più difficili di prima?

Samantha :

Intorno ai vent’anni volevo morire e parlando una notte con un amico mi disse “perché, se questa vita non ti piace, non ti regali un’altra possibilità? Se anche quella è insopportabile allora ti uccidi” Sembra una sciocchezza, ma era una prospettiva che non avevo mai considerato seriamente di farmi una vita tutta mia al di fuori di quello che conoscevo. Non bastava andare via di casa, scappai nel dicembre 1992, iniziai a lavorare in una crepperia e mi iscrissi al terzo anno di ragioneria a settembre dello stesso anno. Non era una scuola serale mi sono iscritta ad una scuola normale con studenti di 7 anni più giovani. Poi non ho più smesso tra mille difficoltà dovevo lavorare di sera per sopravvivere. Una cosa sola sapevo, non bastava andarmene di casa, i lavori che potevo fare ed ero brava a fare erano manuali, non ho mai avuto problemi a trovare un lavoro, sapevo che solo lo studio mi avrebbe veramente cambiato la vita. Non sapevo come, non avrei mai immaginato che sarei andata all’università, i miei obbiettivi erano sempre piccoli prima diplomarmi, e dopo tre anni di tortura alle superiori mi diplomai, poi come le scrissi non mi sono più fermata, non sapevo cosa avrei trovato all’università, non sapevo neanche come funzionasse  Mi sono diplomata con il minimo anche a Verona, solo pochi professori vedevano in me qualche cosa di diverso, molti prof di matematica trovavano il mio modo di ragionare geniale, ma poi dovevo fare i conti con materie che non mi interessavano per niente, ma a quel punto per me era impossibile cambiare, dovevo solo tener duro.

A Verona mi hanno anche detto che la scuola non è per chi lavora, che davo il brutto esempio ai compagni, perchè se ce la facevo io lavorando potevano farcela anche loro facendo poco. Materie a settembre ogni anno, una tortura che non auguro a nessuno.

Basile:  Puoi essere fiera di te stessa! Ti ammiro.

Samantha:  

Come sono finita a fare statistica è una storia che fa ridere molto quando la racconto.

Finite le superiori, decisi di iscrivermi ad economia politica a Trento perchè andavo molto bene e mi piacevano molto quei sistemi di equazioni che avevano effetti così importanti nella vita delle persone. Quando arrivai a Trento in segreteria la fila per Economia Politica era infinita, mi presentavo con il voto minimo alla maturità e ancora più importante alle 6 dovevo essere a Verona nella pizzeria dove lavoravo. Di fianco allo sportello di Economia Politica c’era uno sportello senza fila dove c’era scritto DU Statistica, non sapevo neanche cosa fosse, mi avvicinai, chiesi alcune informazioni e mi iscrissi. Il primo anno non ci ho capito nulla ma poi ho iniziato a comprendere la potenza dei questa disciplina, che si applica a tutto. Ho imparato moltissimo in tutte le altre lauree. Oltre alla statistica ho studiato: sociologia, medicina, economia, biologia, genetica, storia della medicina, fisiologia umana, demografia e tanto altro.

G. Basile: 

e non tutti quelli che si trovano nella tua stessa situazione ce la fanno a rialzarsi e affrontare la vita con coraggio, i più soccombono.

Samantha:  

“Da professori a volte si parla a qualcuno, ma è qualcun’altro che impara”.

La stessa cosa succede con i mezzi di comunicazione moderni, chi scrive un post su facebook o twitter spesso lo scrive pensando ad un interlocutore, a qualcuno che si stima o ci piace, ma poi il post lo leggono tutti e magari qualcun altro ne resta colpito.

Lo scorso semestre ricordo bene che interagivo con alcuni studenti, altri erano più distratti, poi è arrivata la pandemia e ho insegnato in remoto, quindi non avevo feedback, alla fine del corso 4 studenti tra quelli distratti, ognuno mi ha scritto una mail per chiedermi se potevo essere il loro relatore per il progetto di laurea. Tutti mi hanno scritto che non avevano mai capito quanto importante e utile fosse la statistica in tutti gli esami precedenti, che solo durante le mie lezioni hanno avuto l’impressione che sarebbero stati capaci di fare qualche cosa una volta laureati. Io non ho un metodo, cerco solo di non annoiarli e quest’anno ho spiegato ogni metodo statistico utilizzando i risultati di studi COVID freschi di stampa.

Il 99% del mio lavoro è ricerca, insegno solo perchè non si sa mai, magari fra qualche anno cambio strada e avere esperienza come insegnante è importante. Non posso fare ricerca a questi livelli per sempre, sono esausta.

Oggi ho 49 anni. Vivo con il mio compagno americano incontrato alla Columbia Universtiy dove stava finendo il dottorato in statistica, anche se sono di più gli anni che ho trascorso da sola che con qualcuno, sto bene da sola, ho sempre avuto tanti amici.

Qui per poter effettuare operazioni in banca tramite telefono bisogna rispondere ad una domanda a scelta e la domanda che ho scelto è quella che ha solo una risposta giusta. La mia è: “chi è il tuo insegnante preferito?

Buona settimana e grazie per aver trovato il tempo di rispondermi. Erano anni che le volevo scrivere.

Basile: Che ti pare della mia ipotesi della tua resilienza?

Samantha:    Sì, ci sta tutta. Mi piacerebbe tantissimo rivederLa

Basile:  Mi fai sentire in colpa!

Samantha    Perché? Perché non si ricorda di me?

Basile:  Come ho fatto a dimenticarti? Non me lo spiego!

Samantha:   Tutti i miei amici mi fanno la stessa domanda. Come ha fatto a dimenticarsi di te?

Basile :  Ma ci penserò, una ragione ci sarà

Samantha:    Io un’idea me la sono fatta. E gliene parlerò quando ci vedremo!

***   ***   ***

 

Commento

Che dire di questo scambio comunicativo? Se come insegnante mi sento ripagato, non so quanto veramente meritato, per il riconoscimento di questa mia ex alunna, come psicoterapeuta la sua storia mi incuriosisce e mi interroga, perché è un caso di resilienza. Per resilienza si intende quella particolare capacità di una persona di riuscire ad affrontare gli eventi stressanti o traumatici che si possono presentare nel corso della propria vita e che, invece di soccombere come capita alla maggior parte, riescono non solo a superarli, ma di riorganizzare la vita in maniera positiva. Appaiono uomini e donne riusciti, brillanti e di successo.

Nel caso di Samantha Sartori, per quello che ci dice, “ero una delle più brave alle elementari”, e che gli insegnanti delle medie la valutarono con un lusinghiero “se vuole, può frequentare qualsiasi istituto superiore“, mi chiedo: quale può essere stata la difficoltà traumatica incontrata in prima superiore che l’ha portata alla bocciatura? Apparentemente non ci sarebbe da meravigliarsi, è la storia di tanti ragazzi e ragazze che nel passaggio dalle medie alle superiori trovano difficoltà, e a volte imprevedibili, che poi li portano alla bocciatura. Ma che poi sono state superate da Samantha, tanto che poi lei è stata promossa in prima e in seconda, anche se zoppicando.

Arriva in terza, altro cambiamento, di insegnanti, di materie, di metodo, e di pretese scolastiche: altra bocciatura. Non ripete, ma si ritira definitivamente. Prova a resistere lavorando nel panificio di famiglia, e a vent’anni “nel 1992 sono scappata di casa con uno scatolone … …  volevo solo morire, e mi sono data una possibilità” È la storia d una che se ne va di casa, povera, abbandonando la famiglia, senza pretendere però niente, e senza ritornare, portandosi dietro uno scatolone con le sue cose e con nel cuore una speranza: “ho pensato che potevo perlomeno provare ad avere una vita completamente diversa”.

Insofferente di stare in famiglia? Conflitto genitoriale? Bisogno di affermazione di sé? Bisogno di sentirsi stimata? Comunque sia è una fuga per non ritornare. Vita dura quella che fa lontano, mestieri precari quelli che fa, ma non si abbatte, non si deprime, resiste a qualsiasi costo, non ha mai detto: basta! Ma continua a credere in se stessa, se appena arrivata a Verona si iscrive e ripete la terza all’Istituto Commerciale andando a scuola la mattina e a lavorare di sera per sopravvivere. E qualcosa deve essere successo, e qualcosa di forte per portarla a fare scelte cosi radicali.

Ma cosa? Possibile che sia quello che dice lei, che possa essere stata quella frase indimenticata, tenuta viva nel cuore e nella mente come risorsa finale:

non farlo! Poi è quasi impossibile che tu riesca a riprendere”. “Mi ritirai comunque, ma in quella frase c’era un “quasi” e il “riprendere” come se esistesse una possibilità che avrei dovuto prendere in considerazione, l’inattesa fiducia in me di un adulto che, sbagliando, credevo non mi sopportasse, questa frase mi è rimbalzata in testa fino al giorno in cui ho deciso di farla diventare reale”.

È probabilmente, forse, l’amore di sé, che non è narcisismo gretto, quanto piuttosto il bisogno di prendersi cura di sé, non avendo altri accanto a sè che lo può fare, è credere in se stessa, anche se dagli occhi scolastici si sente rifiutata.

Sta tutta qua la sua resilienza, una forza che è sua, che è presente, anche se latente e si attiva lentamente e decisamente senza ricorrere a istruzioni e a chissà quali apprendimenti con scuole, maestri e psicologi di turno, come ben sottolinea una che di sofferenza e del dolore di vivere se ne intende e soprattutto li ha vissuti:

Quella disperazione che forse conosce davvero solamente chi, un giorno, ha pensato che il dolore della propria esistenza fosse troppo grande per continuare a battersi e per andare avanti. Quella disperazione che pensavo che non avrei mai più sentito, ma che è lì, perché ci sono cose del nostro passato che non passano mai, e quando il presente assomiglia di nuovo a una stanza senza porte e senza finestre, è difficile trovare all’interno di sé quella forza e quell’energia che sono necessarie per buttare il cuore al di là dell’ostacolo.

È per questo che mi permetto di parlare di speranza. E di quell’amore che resta. E della vita che è più forte della morte. Cose che, con la resilienza di cui tanti, troppi, parlano di continuo, non c’entrano nulla. Perché non è vero che dobbiamo per forza imparare ad assorbire gli urti senza romperci.”    (Michela Marzano, Il bisogno di speranza, Repubblica 4/4/2021)

 

Rimane il fatto che da allora non si è più fermata, è stata, la sua, una scalata continua, non tanto per i riconoscimenti sociali e professionali raggiunti, ma quanto per la sua autorealizzazione personale. Come se si fosse finalmente riconosciuta con pienezza nel suo nome e nel suo esistere, imparando a vedere con occhi nuovi la fragilità umana e la richiesta sottaciuta di chi ha bisogno e spera, facendo agli altri quello che avrebbe sperato che gli altri avessero fatto a lei.

E fra le tante altre cose che ha fatto, ora è  insegnante anche lei, ricordandosi però che

Essendo stata io stessa una degli ultimi della classe cerco sempre di incoraggiare gli studenti che hanno problemi, tanto quelli bravi imparano anche da soli”.

E aveva ragione la prof P. che Samantha era un “modello” e anch’io che con quel soprannome l’ho chiamata, perché la sua storia è un modello.

 

4 Risposte a “Dialogo di una alunna e un insegnante – – – – – Un caso di resilienza di Giuseppe Basile”

  1. Giovanna Alberghina
    Grazie per questa bellissima testimonianza! Normalmente gli articoli lunghi mi stancano e non arrivo alla fine, invece il vostro scambio l’ho letto tutto, sarà perché è vero e spontaneo, a dimostrazione che le storie di vita mi piacciono sempre! Mi piace soprattutto la storia di ricerca e affermazione di se’ che Samantha ha raccontato, sarà perché io stessa mi sono allontanata dalla famiglia per “trovarmi” in un’altra città, dove vivo tuttora. La mia vita non è stata neppure lontanamente ricca e interessante come quella di Samantha, ma mi ha appagata e restituito in felicità gli anni adolescenziali più difficili e dolorosi. L’esempio di Samantha mi rincuora perche’ ho speranza per mio figlio, che a 22 anni non sa ancora bene che cosa voglia fare nella vita, ( mi ha fatta impazzire alle superiori, ha fatto 3 anni di liceo scientifico e 3 di scienze umane e, come diceva il mio prof di latino e greco “ meglio essere primo dei barbari che ultimo dei romani” , senza sforzo ha preso la maturità con 97/100 nel liceo “facile”, ma poi, dopo aver superato i test di ingresso per l’università all’ultimo momento, non è arrivato in tempo utile per l’iscrizione e si è iscritto in città “ a casaccio” e dopo aver dato un paio di esami ha mollato perché non interessato e poi con il COVID è rimasto in casa a giocare e leggere manga… adesso siamo in attesa del responso per la selezione per il servizio civile all’estero , ha scelto un progetto di inclusione per ragazzi 5-14aa in Mozambico e spero che lo scelgano, anche se è il più giovane e probabilmente quello con meno esperienze… perché – e scusatemi per il lunghissimo intervento! – io so bene, (con il senno di poi, come la cara Samantha ) quanto sia importante “ estraniarsi per ritrovarsi”! Un abbraccio grandissimo abbraccio al mio “compagno di ScuolaMaraSelvini “ e a Samantha che ce l’ha fatta a trovare l’orgoglio di vivere dopo aver trovato “ il suo posto”!

  2. Giuseppe Basile
    Amministratore
    Grazie, Giovanna, per il tuo intervento e per l’esposizione della tua sofferenza e della tua delusione di madre. Sento che ti è costato, perchè non è semplice esporre i propri fallimenti, ci vuole coraggio, tanto coraggio. Ma è forse la speranza che ti spinge e a cui ti appigli e la compresione di tutti noi che ti leggiamo che possa avverarsi ed essere salutare per tuo figlio ” estraniarsi per ritrovarsi”.
    Un abbraccio forte, caldo e affettuoso e tanta solidarietà
    Ciao, Giovanna!

  3. Giacomo Manzana – Studente del Fontana – diplomato nel 1992 circa.

    Ho letto con interesse lo scambio e i commenti “dialogo di un’alunna e un insegnate”.
    Tanta ammirazione per Samantha e la sua capacità di dare un colpo di ala, la sua resilienza, come giustamente viene chiamata. Un esempio per tutti noi perché racconta di un riscatto personale. Racconta di una grande verità: che non esistono virtù morali (purtroppo o per fortuna, non so) ma che sono le necessità che creano le virtù. E questo apre, nella mia testa di genitore ogni giorno nel dubbio tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nel rapporto con i propri figli, a due pensieri: 1) a tutti quelli che, a differenza, di Samantha non ce la fanno – e sono tanti – e 2) come, senza necessità, riuscire a trasmettere ai propri figli le virtù.

    Ma non mi inserisco in questo dibattito per questo ma per un’altra cosa. Vorrei dire la mia sul prof. Giuseppe Basile. Io l’ho avuto come professore di italiano e storia i primi due anni della ragioneria. La ragioneria come scuola, per me rappresentava – come penso per tanti altri – quella scelta di mezzo tra un liceo e una scuola professionale. Quindi una scuola dove, se è vera quello che dico, approdava un gruppo variegato di studenti peraltro in una fase della vita complicata qual è l’adolescenza.
    In una scuola del genere, forse più che nelle altre, più che di nozioni (… quanto tempo c’è poi nella vita per acquisirle ….) c’è bisogno di indirizzo, di aiuto per capire qual’ è la strada giusta, di aiutato per prendere il largo; c’è bisogno di professori che in un ambiente protetto affianchino i genitori (o sostituiscano quando questi non ci sono o non sono in grado) a fare da “sponda”. Perché, a quell’età, non ci sono falliti (rectius bocciati), ma ragazzi che hanno sbagliato la scuola e hanno bisogno di essere re-indirizzati, che hanno bisogno di essere stimolati, che hanno bisogno di certezze, che hanno bisogno di essere aiutati a diventare adulti. C’è bisogno, in un ambiente protetto, di imparare con le necessità le virtù: il valore del sacrificio, l’ambizione, la resilienza, l’onestà, …..

    Ecco, il prof. Giuseppe Basile, come insegante è stato tutto questo: tra un Dio è morto e un Bufalo Bill, tra le domande di storia della verifica dimenticate il giorno prima sulla cattedra (….rigorosamente per sbaglio) e un’interrogazione (in apparenza) severa, tra una frase principale e secondaria nell’interpretazione del testo, tra una certezza e un dubbio (“ s e i p r o p r i o s i c u r o ?” detto da Lui in moda cadenzato …..) tra una lezione e una battuta (sempre pertinente e puntuale) è stato un insegnante di vita.
    Grazie Pino.
    Giacomo

  4. Grazie, Giacomo, per il tuo intervento, per il ricordo, per la stima.
    Purtroppo un insegnante, come un padre, è un seminatore che semina in un campo, ma non
    vede il raccolto, se i semi hanno fruttato. Costruisce relazioni, se è sapiente, perchè sa che
    sono queste quelle che contano nella vita. Anche se rimane sempre un fondo di oscurità “sul chi sei e sul chi sono” sugli specchi delle immagini riflesse. Rimane il non detto, anche se il
    miracolo della scoperta può avvenire dopo, con il tempo scaduto. La scoperta di portare senza saperlo i segni scritti nella mente e nella memoria, così scopriamo la parte di erdità che abbiamo ricevuto. Così è stato con i miei quattro insegnanti che mi hanno segnato nella vita
    scolastica dalle elementari all’università e ognuno con la sua peculiarità, anche se loro non lo hanno mai saputo. Ed è una consolazione se invece si ha la fortuna di saperlo quando si è quasi alla fine della corsa!

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