E un maestro domandò: parlaci dell’Insegnamento

E un maestro domandò: parlaci dell’Insegnamento.

Ed egli disse:

Nessuno può insegnarvi nulla, se non ciò che

in dormiveglia giace nell’alba della vostra conoscenza.

Il maestro che cammina all’ombra del tempio, tra i discepoli,

non dà la sua scienza, ma il suo amore e la sua fede.

E se egli è saggio non vi invita ad entrare

nella casa della sua scienza,

ma vi conduce alla soglia della vostra mente.

L’astronomo può dirvi ciò che sa degli spazi,

ma non può darvi la propria conoscenza.

Il musico vi canterà la melodia che è nell’aria,

ma non può darvi il suono fissato nell’orecchio, né l’eco nella voce.

E il matematico potrà descrivervi regioni di pesi e di misure,

ma colà non vi potrà guidare.

Giacché la visione di un uomo non impresta

le sue ali ad un altro uomo.

E come Dio vi conosce da soli,

così tra voi ognuno deve essere solo a conoscere Dio,

e da solo comprenderà la terra.

Gibran (1981)

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Commento

Mi trovo questa pagina in un libro di psicoterapia di coppia, La psicoterapia con la coppia, (Malagoli Togliatti, Angrisani, Barone -Franco Angeli), usato per lavoro più di dieci anni fa. L’ho ripreso in questi giorni, e mi accorgo di questa pagina poetica collocata in evidenza, quasi come introduzione e chiave di lettura critica. Ad una prima lettura, inizialmente veloce e un po’ distratta, non ho prestato grande attenzione. Ho sorvolato, come ho fatto anni fa. Ma poi mi nasce la curiosità che mi interroga. Perché questa citazione in un testo di psicoterapia? Che risonanze, connessioni, agganci possono esserci con il lavoro di uno psicoterapeuta?

L’ho riletta attentamente e l’ho trovata significativa ed esplicativa dell’arte della autentica psicoterapia.

  • Un gruppo di discepoli chiede al Maestro: “parlaci dell’insegnamento”, insegnaci quel che si deve fare, trasmettici la tua scienza, perché anche noi possiamo saper fare, siamo qui apposta per imparare.

  Analoga è la richiesta dei giovani psicoterapeuti ai loro maestri nei corsi di   formazione, e analoga è la richiesta ingenua di un paziente che contatta uno psicoterapeuta per un suo problema: dimmi cosa e come fare per liberarmi di un problema assillante.

  • Nessuno può insegnarvi nulla, se non ciò che in dormiveglia giace nell’alba della vostra conoscenza”, è la risposta. Un maestro può risvegliare solo quello che già c’è sopito in ognuno di noi, l’alba della conoscenza, che aspetta il raggio di sole, perché sparisca il buio della notte e della conoscenza.
  • E se egli è saggio non vi invita ad entrare nella casa della sua scienza, ma vi conduce alla soglia della vostra mente”. E quello che succede nel lavoro di psicoterapia, in cui non c’è una trasmissione passiva di sapere, né una guarigione magica e suggestiva, se non un lavoro paziente fatto di ascolto, di un seguire l’altro nel silenzio all’ombra del tempio, con amore e fede. È l’antica arte socratica della maieutica, di aiutare l’altro a tirar fuori quello che ha già dentro, quella parte di noi sconosciuta a noi stessi, dimenticata nella memoria. Solo così potrà esserci conoscenza di sé, e scoprire la verità del proprio star male, piuttosto che dare istruzioni preconfezionate o fornire una propria verità, anche se autorevole, perché fornita da un maestro. “Giacché la visione di un uomo non impresta le sue ali ad un altro uomo”. Se lo facesse sarebbe un cattivo maestro e un cattivo terapeuta.
  • Infine, trattandosi di un testo di psicoterapia di coppia, è appropriato l’avvertimento che “la visione di un uomo non impresta le sue ali ad un altro uomo”. Quello che vede uno, quello che sente, la sua mente, non lo vede, non lo sente l’altra con cui si è in relazione. Non può esserci identificazione, confusione e fusione. I due rimangono unici, distinti, anche se legati da un patto d’amore che li arricchisce nel loro essere diversi, imparando da soli con lo stare assieme a comprendere la terra, il mondo e il comune destino. “E come Dio vi conosce da soli, così tra voi ognuno deve essere solo a conoscere Dio, e da solo comprenderà la terra.