Elogio della lentezza Lamberto Maffei

In un mondo che corre vorticosamente, con logiche spesso incomprensibili, il problema della lentezza si affaccia alla mente con prepotenza, come una meta del pensiero e della via da percorrere. Andare più veloci non significa conoscere più di quello che la strada offre e nessuno vuole arrivare prima alla fine della propria strada.

In latino otium, alla lettera «ozio», viene contrapposto al termine negotium, «non ozio», inteso come attività lavorativa. Benché nel tempo il termine sia diventato sinonimo di pigrizia, inerzia, tuttavia l’ozio non è sempre stato interpretato negativamente e neppure associato ai vizi peggiori, di cui sarebbe addirittura il padre; veniva piuttosto inteso come tempo libero per la riflessione, per gli studi, per il pensiero. Scholé dicevano i Greci, tempo della riflessione per parlare con Socrate e con l’arte della maieutica fare emergere da noi stessi le verità nascoste.

Se la realtà presente significa correre verso mete non chiare o addirittura misteriose, scrivere tweet o sms, apprendere notizie dalla televisione senza aver tempo neppure di ripensare se l’informazione sia vera o manipolata, allora mi prende il desiderio di tornare indietro, di percorrere il tempo in senso inverso, fuggire da una cultura imperniata sulla rapidità della comunicazione visiva e tornare al lento ritmo del linguaggio parlato e scritto.

La comunicazione visiva ha la caratteristica della rapidità e può dare la sensazione, ma solo la sensazione, di vero: «l’ho visto con i miei occhi» o l’odierno «l’ho visto in televisione» esprimono bene questa impressione.

Dimentichiamo che il cervello è una macchina lenta e questo desiderio di emulare le macchine rapide create da noi stessi diventa fonte di angoscia e di frustrazione mentre, come scriveva Goethe, la felicità suprema del pensatore è sondare il sondabile e venerare in pace “l’insondabile”.

In realtà sappiamo che proprio per la sua filogenesi il cervello umano possiede sia meccanismi ancestrali rapidi di risposta all’ambiente, automatici o quasi automatici, sia meccanismi più lenti, comparsi successivamente. I primi sono in gran parte inconsci, mentre i secondi sono frutto di ragionamento. In modo del tutto contraddittorio, tuttavia, il trend delle società cosiddette avanzate sembra assegnare ai primi una posizione predominante ed è opinione generale che l’insistere sulla rivalutazione dei secondi significhi invertire la freccia del progresso e delle aspirazioni, della nostra filosofia compresa la filosofia della scienza, e sia solo segno di un’attitudine tipicamente simile al rimpianto per il passato.

In questa situazione andare controcorrente risulta faticoso, anche se seguire il gregge può essere triste e offensivo per il proprio cervello e produrre insoddisfazione fino ai sintomi depressivi. […]

Lamberto Maffei, Elogio della lentezza – Il Mulino

Lamberto Maffei già direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR e del Laboratorio di Neurobiologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei e professore emerito di Neurobiologia alla Scuola Normale

Giuseppe Basile 

Commento

Che dire di questa tendenza inarrestabile alla esaltazione della velocità in quasi tutte le dimensioni delle nostre attività quotidiane?

La prima considerazione che mi viene da fare è quella dell’espropriazione del nostro tempo, del tempo a misura d’uomo, del tempo del pensare con se stessi. Si riduce il tempo dell’ascolto di se stessi e dell’altro, la vita della famiglia viene sconvolta, lo stare veramente “assieme”, ridotto ai minimi termini, si parte tutti la mattina presto e ci si ritrova la sera a una cena veloce, magari con l’incomodo della televisione. Il più delle volte sono i tempi del lavoro non compatibili che dettano la separazione e il ritrovo solo per poche ore. E il domani non “è un altro giorno”, è sempre lo stesso giorno. Tutti a fare qualcosa e con qualcosa da fare fin da piccoli.

L’importante è diventato il “fare” piuttosto che l’essere. Il tempo, ridotto ad un contenitore da riempire a qualsiasi costo, quasi che un tempo vuoto fosse un tempo inutile, insignificante. E così ritrovarsi alla fine della giornata ingolfati dalle tante cose fatte e dalle tante cose da fare ancora. Non è un caso che oggi cominciano a comparire sintomatologie ossessive del tempo da riempire ad ogni costo, come se il tempo vuoto facesse paura, angoscia, o fosse tempo inutile.

Il tempo vuoto una volta era definito il tempo dei vecchi, di chi non lavorava più, il tempo della depressione di chi ormai si sente inutile e senza identità.

Ma per chi ha la fortuna di apprezzare la fine della corsa e di riappropriarsi del proprio tempo per viverlo in sintonia con i propri desideri è il tempo della saggezza. E’ questo l’insegnamento dei grandi vecchi della storia di ieri e di oggi: il tempo lento è il tempo dell’umano.

Un amico su Facebook mi ha fatto una volta l’appunto che i miei post pubblicati erano troppo lunghi, per cui leggere un testo di una pagina articolata non era leggibile e compatibile con la fretta e la velocità del tempo moderno. Il consiglio era di pubblicare post di tre o quattro righe, leggibili velocemente sullo smartphone nelle pause della vita quotidiana, tanto che sullo stesso Facebook la durata media di una notizia pubblicata è di alcune ore, il giorno dopo è già morta. Per questo ho cominciato a pubblicare i miei scritti solo il sabato o la domenica, che dovrebbero essere i giorni dell’otium.

Ho nostalgia di quando 50 anni fa ho cominciato ad insegnare e prima che l’anno scolastico iniziasse avevo l’abitudine di ritagliarmi alcuni giorni per “ritirarmi” in un luogo del silenzio per appropriarmi del tempo per pensare con me stesso.

Cambiando poi lavoro e professione ho tenuto fede al tempo lento e al tempo dell’ascolto. Non ho accettato e seguito, perché non l’ho trovata convincente, la regola del tempo regolato e contingentato della seduta. In ciò posso essere tacciato di “eresia” dalle tante scuole di psicoterapia nel frattempo nate. Con l’esperienza ho imparato che il tempo della seduta è un tempo di recupero della comunicazione perduta e dell’apprendimento dell’ascolto dell’altro. Mi si potrebbe dire dhe i canonici 50 minuti (tutto compreso) bastano e avanzano, ma per me non è così. Io ho fatto la scelta di pensare al tempo della seduta come un tempo sospeso, libero, senza limiti prestabiliti. Non mi faccio condizionare dal ticchettio di un orologio tiranno. Raccomando a chi viene in seduta di non prendere possibilmente impegni per dopo, perché si sa quando si comincia e non si sa quando si finisce. A dir la verità mi sento un privilegiatomse posso permettermi questa libertà di non valutare e ridurre il tempo a moneta di scambio.