Il suicidio in adolescenza Eugenio Borgna

I

Il suicidio in adolescenza
Eugenio Borgna
 
 
Sì, ci sono oggi, ci possono essere oggi, suicidi in adolescenza ancora più laceranti e sconvolgenti che non in ogni altra età della vita. Ne ho conosciute le tragiche risonanze in una madre che è venuta a parlarmi del suicidio di un suo figlio adolescente. La rivedo disfatta dal suo immenso indicibile dolore, alla ricerca di parole, non le trovava, che potessero dire quello che un giorno non lontano era avvenuto. Domande su domande, senza possibili risposte, né da parte sua, né da parte mia, in un dialogo che gli sguardi e le lacrime cercavano nel silenzio di non lasciare morire. Sono i confini estremi di una psichiatria che non è più ovviamente scienza naturale, e nemmeno scienza sociale, e invece scienza umana fragile e stremata, nella quale non contano più conoscenze farmacologiche, e cliniche, anni di esperienza (la sfolgorante immagine di Charles Péguy mi fa pensare alla esperienza come alla morte della speranza: ci imprigiona in un passato che non consente di cogliere quello che di nuovo c’è nella vita normale e malata), ma contano doti misteriose di ascolto e di impossibile saggezza che, temo, si hanno, o non si hanno, sì, le possiamo fare rinascere in noi, educandoci senza fine. Ascoltavo le parole e i silenzi di una madre lacerata dal dolore, e a mia volta andavo alla ricerca di qualche parola, e facevo fatica a trovarla, cercavo di immedesirnarmi nei pensieri e nelle emozioni di una madre che nulla aveva di malato, e che nondimeno chiedeva ad uno psichiatra di esserle di un qualche aiuto. Non so se sia riuscito a testimoniarle qualcosa del mio dolore: tacendo, o dicendo poche inermi parole, sapendo che in questo dialogo silenzioso risuona la più alta e nobile delle psichiatrie possibili.
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Sì, ci sono oggi, ci possono essere oggi, suicidi in adolescenza ancora più laceranti e sconvolgenti che non in ogni altra età della vita. Ne ho conosciute le tragiche risonanze in una madre che è venuta a parlarmi del suicidio di un suo figlio adolescente. La rivedo disfatta dal suo immenso indicibile dolore, alla ricerca di parole, non le trovava, che potessero dire quello che un giorno non lontano era avvenuto. Domande su domande, senza possibili risposte, né da parte sua, né da parte mia, in un dialogo che gli sguardi e le lacrime cercavano nel silenzio di non lasciare morire. Sono i confini estremi di una psichiatria che non è più ovviamente scienza naturale, e nemmeno scienza sociale, e invece scienza umana fragile e stremata, nella quale non contano più conoscenze farmacologiche, e cliniche, anni di esperienza (la sfolgorante immagine di Charles Péguy mi fa pensare alla esperienza come alla morte della speranza: ci imprigiona in un passato che non consente di cogliere quello che di nuovo c’è nella vita normale e malata), ma contano doti misteriose di ascolto e di impossibile saggezza che, temo, si hanno, o non si hanno, sì, le possiamo fare rinascere in noi, educandoci senza fine. Ascoltavo le parole e i silenzi di una madre lacerata dal dolore, e a mia volta andavo alla ricerca di qualche parola, e facevo fatica a trovarla, cercavo di immedesirnarmi nei pensieri e nelle emozioni di una madre che nulla aveva di malato, e che nondimeno chiedeva ad uno psichiatra di esserle di un qualche aiuto. Non so se sia riuscito a testimoniarle qualcosa del mio dolore: tacendo, o dicendo poche inermi parole, sapendo che in questo dialogo silenzioso risuona la più alta e nobile delle psichiatrie possibili.

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