La psicoterapia, un’esperienza fondante di risanamento, di creatività, e in ultima istanza di amore di Alfredo Canevaro

 

La psicoterapia, un’esperienza fondante di risanamento e di creatività e in ultima istanza, di amore

Alfredo Canevaro

 

“I Canachi, abitanti della Melanesia, credono che i pensieri nascano dal corpo e vanno nella realtà attraverso la testa; per loro è un grande elogio dire a qualcuno “testa vuota”, perché vuol dire che comunica bene. Il pensiero occidentale, troppo centrato nella razionalità, purtroppo fa sì che tanti terapeuti abbiano una “stitichezza eidetica”, piena di teorie e di concetti che impediscono il contatto umano profondo che dobbiamo avere con i nostri pazienti. Senza paura di soffrire-con o di accompagnare col sentimento, per condividere con loro quel percorso difficile che è la psicoterapia.

Il testo è anche importante per la chiarezza e la sincerità con cui si affrontano temi essenziali per la formazione dei giovani terapeuti, insegnando le difficoltà, le perplessità e le convinzioni dei maestri nell’indicare il cammino. Questo mi fa ricordare quello che scrissi altrove: «Credo che l’apprendimento si faccia meglio quando si vedono i maestri prendersi le loro responsabilità, soffrendo insieme ai loro pazienti nel conseguimento degli obiettivi tracciati, in un compito condiviso che li avvicina, in una lotta “corpo a corpo” con le difficoltà, facendo della psicoterapia un’esperienza fondante di risanamento e di creatività e in ultima istanza, di amore.”

Alfredo Canevaro

Cancrini, Vinci – Conversazioni sulla psicoterapia

 

Le righe conclusive di Conversazioni sulla psicoterapia, affidate come postfazione ad Alfredo Canevaro, maestro della terapia familiare, conosciuto e apprezzato per la sua umanità e per la sua innovazione nel modo di fare ed essere psicoterapeuta

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Anche per me il sentimento di utilità è quello che mi conforta e mi ha confortato ad andare avanti negli anni, anche se la percezione di essere stato veramente utile l’ho avuta solo in pochissimi casi che si possono contare sulle dita di una mano. E mi fanno dire: ne vale la pena andare avanti, fino a quando qualcuno ancora bussa alla porta o chiama. Anche se è antieconomico tenere la porta aperta per quei pochi che si fanno vivi. Chiuderò la porta quando la mente e le forze non me lo permetteranno di essere utile. Quando non avrò più niente da dire per poter aiutare l’altro. Non faccio più corse per apparire, di essere in vetrina. Accetto solo quelli che chiedono, perché indirizzati da altri che sono passati per quella porta. E solo ad una condizione, che siano fortemente convinti di intraprendere con me questo percorso di conoscenza di sé e delle cause sconosciute che fanno star male.

La psicoterapia è efficace solo se si crea quella sottile intesa relazionale fra me e l’altro che si affida a me e che mi impegna e mi responsabilizza ad assumermi una funzione di “cura” e di “ricerca”.

In prima seduta annullo il tempo canonico (da tempo mi sento in questo un trasgressivo) per recuperare il tempo dell’ascolto e il tempo della mia presentazione all’altro. Mi piace spiegare chi sono, cosa faccio, come lo faccio e cosa posso fare e se posso fare per lui. Non ho resistenze a parlare di me e della mia storia. Me lo posso permettere, la mia età e l’esperienza mi fanno essere libero in questo, perché sono convinto che la psicoterapia è una relazione ed un incontro, e in una relazione sana e autentica il coinvolgimento è necessario, pur nel rispetto della diversità di ruolo e di persona. Gli dico ancora, che trattandosi di sedute non ravvicinate, di scrivere con email quello che prova, sente dopo la seduta, perché la terapia non finisce quando si chiude la porta, ma continua nella quotidianità.  Così dopo la prima seduta, lascio andare l’altro con il bagaglio di quanto ci siamo detti, raccomandandogli di pensare e riflettere e solo dopo, quando ne è maggiormente convinto, può telefonare per iniziare il percorso.

L’altro se ne va ancora più confuso, quando lo accompagno alla porta, senza pagare, per questo, “l’onorario”, perché sono convinto che l’ascolto dell’altro non ha prezzo, non è mestiere. Il “mestiere” comincia dopo, quando deciderà lui. Ed è un mestiere difficile, impegnativo, è una esplorazione senza bussole rassicuranti, è una ricerca paziente e convinta di quello che non si vede, dei segni nascosti, che richiedono di essere portati alla luce per dare senso a quello che senso apparentemente non ha. E anche se, come succede, l’altro non si fa più vivo, mi piace pensare di essergli stato utile in qualche modo.

 

 

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