Leggere il dolore sulle foglie . Massimo Recalcati

Da bambino avevo due eroi: Gesù e Telemaco. Era il mio modo di meditare sul legame con mio padre e sulla sua assenza. Sono cresciuto in una famiglia troppo occupata a lavorare per prendersi cura dei propri figli. La mia analisi mi ha liberato dal tormento rivendicativo facendomi scoprire in questa assenza un fatto di struttura: l‘essere del padre è sempre l’essere di un’assenza.

[…] Qualunque cosa può essere un padre; qualunque cosa può rendere possibile l’incontro con la nuova alleanza tra Legge e desiderio. Qualunque cosa può tornare dal mare. Un allenatore di pugilato lettore della Bibbia- come Frankie di Million dollar baby di Eastwood, un vecchio pensionato, un maestro della scuola elementare, una madre, la lettura di un classico, un’opera d’arte, un sindaco, un appassionato di cinema… L’eredità non è mai eredità di sangue, non è consolidamento di un’identità solida: ciò che si eredita è sempre una testimonianza. In questo senso ogni paternità, come spiega Françoise Dolto, è radicalmente adottiva. Tutto l’ultimo cinema di Clint Eastwood esalta la possibilità di trasmissione del desiderio al di là del sangue e della natura. Qual è il punto che dobbiamo ancora sottolineare con forza? È che qualunque cosa, qualunque incontro contingente, può portare con sé il dono della testimonianza possibile dell’alleanza tra Legge e desiderio. Non esistono testimoni di professione come non esiste una pedagogia della testimonianza. La testimonianza può essere riconosciuta solo in una ricostruzione retroattiva. Se la testimonianza deve essere emancipata da ogni ideale di esemplarità, deve anche essere liberata da ogni forma di programmazione. Essa vive nel tempo della pura contingenza. Non risponde a un piano, non si può assicurare, non dipende da una tecnica. La forza della testimonianza è nel suo accadere là dove non l’avresti mai aspettata. Non è un’intenzione, ma un evento che possiamo ricostruire davvero solo retroattivamente. Potrò dire cosa per me è stata una testimonianza solo quando sarò oltre il tempo in cui l’ho vissuta.

Voglio fare due esempi biografici. Il primo riguarda mia  madre. Negli anni più infuocati della mia giovinezza ruppi violentemente il rapporto con la scuola per dedicarmi anima e corpo alla militanza politica. Eravamo alla fine degli anni settanta. Andare a scuola appariva a me e a molti miei compagni una perdita di tempo. Avevamo il movimento e il mondo da cambiare. Tutto quello che ci veniva detto ci sembrava nato già morto. La politica era invece gioia, spinta alla vita, esperienza di risurrezione del desiderio. Difronte all’ennesima bocciatura non ebbi più tentennamenti. Giudicai il mio rapporto con l’istituzione-scuola chiuso. Ma avevo trascurato il mio essere figlio, avevo trascurato la parola di mia madre. Dopo alcuni mesi dalla mia scelta, mi attese sulla porta di casa. Lei non aveva mai potuto studiare per miseria e aveva difficoltà a scrivere correttamente in italiano per le incidenze profonde che sulla lingua esercitava ancora il dialetto friulano delle sue origini.

Sulla porta mi disse semplicemente che avrei dovuto continuare i miei studi. “Per quale ragione?” le chiesi a muso duro. “Quella scuola non è niente per me!”, dissi pensando di chiudere così quella breve conversazione.

“Perché così fanno tutti,” rispose lei con una forza disarmante. “Non fare come me, tu che puoi. Se studi non te ne pentirai.” Concluse infine senza originalità. Cosa mi stava dicendo se non che se avessi continuato a studiare avrei visto più cose, più vite, più mondi di quelli che lei aveva potuto incontrare senza mai aver studiato?

Voleva dirmi di non chiudermi nel mio mondo, di non abbandonare la scena del mondo, di restare nel mondo.

La sua è stata per me, retroattivamente, una testimonianza nel senso più forte del termine. La sua parola è stata una promessa: “Se tu rinunci a chiuderti nel tuo mondo, se rinunci alla violenza del tuo mondo, se ti impegnerai nello studio potrai conoscere altri mondi di cui non sospetti nemmeno l’esistenza! Potrai aprire nuovi mondi, guadagnare altri mondi!”. È quello che accadde nel tempo. In questo modo la promessa di mia madre diventò una testimonianza.

Il secondo episodio riguarda invece mio padre. Lo ricordo camminare davanti a me con il passo di un gigante le domeniche mattina quando andavamo insieme a visitare i bancali della serra dove giacevano doloranti le sue piante malate. Il suo italiano incerto e dialettale lasciava allora misteriosamente il posto al latino. In quella lingua antica e sconosciuta pronunciava i nomi delle malattie e quello delle sue piante. Leggeva sulle foglie (morsicate da insetti invisibili dai nomi più misteriosi o invase da muffe e da maculature spettrali) il loro dolore per poi preparare le pozioni magiche per il trattamento che le avrebbe guarite. Aveva fatto tutto questo dal nulla. Aveva accettato la scarna eredità materiale del padre – che aveva una certa passione per il lavoro della terra, ma preferiva gozzovigliare tra pezzi umili di antiquariato – per farla germinare in modo imprevedibile. Aveva inventato una professione come quella di floricoltore senza che vi fosse stata alcuna cultura familiare.

Nel mio lavoro clinico ho sempre avuto una passione per la dimensione della diagnosi differenziale, per individuare la struttura soggettiva particolare che orienta il discorso del soggetto. Da dove veniva questa passione? Il ricordo infantile di mio padre dedicato al dolore delle foglie contiene il nocciolo della mia eredità. Cosa ho ereditato? Non un regno, non una discendenza illustre, non geni, né beni, ma una testimonianza silenziosa del desiderio. Osservavo mio padre chino sulle sue piante. E sapevo che quella era la sua vita, quello il suo lavoro, quella la sua soddisfazione, quello il suo mondo.

Togliere il dolore delle piante, restituire loro la vita, farle crescere forti. Salvarle dalle muffe, dal male, dalle colonie extraterrestri di insetti invisibili. Dedicarsi a leggere e a curare le foglie. E cosa sono diventato io? Non sono forse uno che legge il dolore delle foglie? Che legge gli uomini come se fossero foglie? Non sono forse diventato questo? Uno che prova a leggere e a curare il dolore scritto sulle foglie dell’humus umano? […]

Massimo Recalcati – Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre. – Epilogo

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Commento

Ho letto e riletto diverse volte queste pagine, anche a distanza di anni, e tutte le volte mi vedo riflesso come in uno specchio, scoprendo ogni volta sfumature non viste prima.

Parto dalle sfumature.

L’essere del padre è sempre l’essere di un’assenza”. Con mio padre siamo vissuti assieme per 63 anni quasi come sconosciuti, La regola della relazione e della comunicazione era la distanza emotiva. Conoscevamo l’uno dell’altro solo quello che era visibile nella quotidianità della vita, gli appuntamenti canonici familiari, ma sconosciuti nella nostra vita interiore, restava invisibile l’altra faccia della luna. Il canale della comunicazione per le scelte vitali era tramite mia madre.

Della sua storia infantile ho sempre saputo poco: che era orfano di guerra, che aveva un anno e 4 mesi, che mio nonno era stato richiamato dall’”America”, dove si trovava per lavoro, nel 1915 per il servizio militare con l’entrata in guerra dell’Italia, che è stato cresciuto da sua nonna materna, perché quando sua madre si risposa dopo pochi anni, il secondo marito le mette come condizione di non  portare con sé il figlio piccolo. Qualche altra notizia la so tramite mia madre e le zie nate successivamente.

So ancora che comunque aveva amore, e lo dimostrava a modo suo con i fatti, per noi figli e per i nipoti.

Ma era un’assenza per me, c’era e non c’era contemporaneamente. Erano mondi segreti, il suo e il mio, non per scelta, ma per un’incapacità di comunicazione sentimentale. Entrambi fragili. Per questo invidiavo alcuni miei amici che vedevo avere con il loro padre una comunicazione più spontanea.

Ma, inaspettatamente, alcuni mesi prima di morire, a 90 anni, succede l’imprevisto. Eravamo seduti io e lui soli sul balcone di casa. Gli facevo compagnia, seduti uno accanto all’altro in una tiepida serata di settembre, la comunicazione era fatta più dai silenzi che dalle parole. Improvvisamente, rompe il silenzio, appoggia affettuosamente la sua mano sulla mia gamba e inaspettatamente mi dice quasi con implorazione e sottovoce; “Nun ta’ scurdari ri mia”, “Non devi dimenticarti di me”. Ed è calato subito dopo il silenzio di prima, un parlarsi senza dire, non c’era bisogno di commentare, fare promesse inutili. Non so se e quanto gli sia costato consegnarmi quella raccomandazione e con quel modo asciutto, immediato, lapidario, in quell’attimo silenzioso, rivelandosi ai miei occhi e al mio cuore altro da quello che era stato fino allora. (“La forza della testimonianza è nel suo accadere là dove non l’avresti mai aspettata”).

Un messaggio, un appello, un programma di vita, una eredità preziosa per me. Però, solo successivamente, capìta e assunta come chiave del senso della vita e dell’andare avanti: sentirsi debitori verso il padre assente, e  tenere in vita chi non c’è più, trasmettere la memoria, non il ricordo, della sua presenza viva in noi. Questo, credo, mi chiedeva. E, soprattutto, rivivere il suo amore e il suo dolore.

Da allora nel mio lavoro clinico mi piace conoscere e ri-costruire le storie familiari, perché lì ci sono le tracce di quel che siamo e del dolore che ci portiamo, senza saperlo.

Una risposta a “Leggere il dolore sulle foglie . Massimo Recalcati”

  1. Cinzia Sorvillo
    Complimenti per la scelta degli stralci di testo e per il commento fatto. Molto molto bello

    Stefania Leone
    Credo sia un racconto doloroso e molto intimo. Raccontarlo e condividerlo è un segno positivo. Io non riesco a condividere ciò che scrivo dei miei. Forse è troppo presto. Mi è piaciuta la sua testimonianza, soprattutto perché ha voluto condividerla. Grazie

    Giuseppe Basile
    Ma la mia domanda è: Può essere padre e fare il padre chi è vissuto senza padre?. A questa domanda negli ultimi anni ho cercato di darmi delle risposte plausibili, che rendessero giustizia del modo di essere padre di mio padre. Alla fine ho concluso che vivere senza padre deve essere stato penalizzante per lui. Certamente un qualche sostituto l’avrà incontrato, e se non altro lo è stato il modello culturale di allora, predicato e diffuso nel periodo fascista. Ma il sostituto rimane sostituto, è una supplenza, che non può rispondere a tutti i bisogni, specialmente a quelli emotivi e sentimentali, che non potendo essere comunicati ed esternati, rimangono chiusi nello scrigno dell’interiorità. Comunicare i propri sentimenti e le proprie emozioni penso che sia un’arte che si apprende in famiglia e non in una scuola. Perciò credo che la mancanza di mio padre è la mia mancanza, è la traccia di mio padre depositata in me. E per questo ora lo capisco di più e lo amo di più, e capisco di più chi sono.

    Stefania Leone
    Le rispondo riportandole le parole di Recalcati: “«L’eredità non deve essere pensata come l’acquisizione di rendite, di beni o di geni. I figli giusti sono quelli che interpretano l’eredità come un movimento in avanti, come una ripresa di ciò che hanno acquisito dai padri ma non nel senso della conservazione ma in quello dell’invenzione. Per questo ogni vero erede è sempre eretico. Interpreta l’eredità alla luce dell’avvenire e non del passato da conservare». La vera eredità è sempre, per un figlio, la scoperta di un genitore e ciò può accadere solo se agisce retroattivamente. Un figlio eredita partendo “dai piedi”, riscoprendo il percorso del proprio genitore. E le posso confermare che negli ultimi quattro anni sta accadendo anche a me. Inoltre i padri “sostituti” sono padri adottivi (un parente, un maestro, un uomo estraneo alla famiglia) possono simbolicamente adottare la vita di un altro essere umano donando il loro amore. I padri biologici sono sufficientemente buoni quando adottano “simbolicamente” il proprio figlio. Non è una questione di sangue, di stirpe. Ricordando una lezione di Recalcati sulla genitorialità, si può affermare che diventano padri (o madri) coloro che “accolgono” la vita del figlio non in forza di un legame biologico, ma di un atto simbolico di adozione. Buona serata e grazie per la sua risposta

    Giuseppe Basile
    Concordo e sottoscrivo. Ma ancora un’altra domanda si pone e la pongo prima di tutto a me stesso. E se non ci sono sostituti adottivi? Non ricordo o non so che ci siano state figure di padri “adottivi” nella storia di mio padre. È cresciuto bambino senza padre e senza madre, anche se poteva vederla di tanto in tanto accompagnata dalla nonna materna. Non credo che certe carenza si curino facilmente, anche se è stato curato amorevolmente dalla nonna con cui è vissuto fino al matrimonio. Mi piace pensare che in lui si sia attivata la forza salvatrice della resilienza, per cui ha dato quello che ha potuto e amato come ha potuto.
    Vero che “Un figlio eredita partendo “dai piedi”, riscoprendo il percorso del proprio genitore”. Bella immagine che adotterò nel mio lavoro clinico.
    Grazie

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