L’inciampo dell’insegnante Massimo Recalcati

L’inciampo dell’insegnante    Massimo Recalcati

Un bravo insegnante, racconta Safouan, si riconosce da come reagisce quando, salendo in cattedra, gli capita di inciampare. Cosa saprà fare di questo inciampo? Ricomporrà immediatamente, non senza disagio, la sua immagine facendo finta di nulla? Rimprovererà con stizza le reazioni divertite dei ragazzi? Proverà a nascondere goffamente il suo imbarazzo? Oppure prenderà spunto da questo imprevisto per mostrare ai suoi alunni che la posizione dell’insegnante non è senza incertezze e vacillamenti, che non è al riparo dall’imprevedibilità della vita? Potrà allora far notare che lo studio più autentico e appassionato non è mai esente dall’inciampo, perché sono proprio l’inciampo, lo zoppicamento, il fallimento a rendere possibile la ricerca della verità. Inciampare è l’imprevisto della vita con il quale il sapere deve confrontarsi. Certo, ci sono insegnanti che usano il sapere come un otturatore del vuoto che l’imprevedibilità della vita introduce necessariamente in ogni forma di sapere. Ci sono insegnanti che separano il sapere dalla vita e che offrono ai loro alunni solo una serie di nozioni nate morte. In questi casi non c’è inciampo ma routine, non c’è vitalità erotica del sapere ma un suo uso sterile. Se esiste una vocazione all’insegnamento, non può che radicarsi nell’inciampo. I bravi insegnanti sanno di cosa parlo: loro stessi sono inciampati almeno una volta prima di salire in cattedra e continuano a educare i loro allievi alla contingenza imprevedibile della vita come qualcosa che eccede le pretese padronali di ogni forma di sapere. È un punto in comune con lo psicoanalista, il cui desiderio solitamente trae proprio origine dall’essere stato una causa persa. Lo psicoanalista ama avere a che fare con cause perse perché lo è stato. Ricordiamo gli insegnanti che sono stati per noi degli inciampi, che ci hanno sottratti alle nostre abitudini mentali e ci hanno fatto pensare in modo nuovo. È ciò che li rende insostituibili anche in un’epoca dove tutto quel che riguarda l’insegnamento viene computerizzato. Ma un insegnante non è un computer, non è un oggetto tecnologico, non è il funzionario grigio di un sapere senza corpo, totalmente disincarnato, non è il rappresentante di un sapere senza inciampi. […]

Il bravo insegnante è colui che sa proteggere il vuoto, il non-tutto, l’inciampo come condizione per la ricerca. Non ha né paura né vergogna del suo non-sapere, della sua ignoranza (che Cusano avrebbe definito «dotta»), perché sa che i limiti del sapere sono ciò che animano la spinta della conoscenza. È il grande peccato che racconta il mito biblico dell’albero della conoscenza. In cosa consiste? Nell’illusione umana di accedere al sapere come dominio, alla conoscenza assoluta del bene e del male, a un sapere che pretende di essere padrone della vita, che pretende di escludere l’inciampo.

L’ora di lezione, Massimo Recalcati, Einaudi 2014

 

commento

Giuseppe Basile

Che dire? Si parla della scuola e dell’insegnante, ma anche e soprattutto degli uomini e della vita. A chi non è capitato di inciampare nel suo percorso? A non aver fatto i conti con l’imprevedibilità della vita che scombina le nostre certezze i nostri saper fare, le nostre aspettative? A dover riconoscere e ammettere a noi stessi i nostri limiti e le nostre fragilità?

Il più delle volte facciamo di tutto per nasconderli, per tutelare la nostra falsa immagine potente e sicura agli occhi degli altri. Ammettere un limite lo sentiamo come una menomazione insanabile, una perdita di credibilità sociale. Ci viene spontaneo il confronto con chi invece appare senza dubbi, sicuro di sé, autosufficiente, e di questo se ne fa forza. E’ quest’ultimo che la società efficientista e decisionista addita come modello positivo a scuola e nella vita. I margini del pensiero critico, riflessivo, analitico si riducono sempre più in una corsa frenetica contro il tempo per adeguarsi a canoni efficientistici sempre meno a misura d’uomo.

E’ l’inciampo invece, e il come l’affrontiamo, che ci fa sentire più in pace con noi stessi, senza vergogna e con più sicurezza, perché prendiamo atto della nostra natura umana limitata. Anche il fare psicoterapia non è esente dalla caduta, dallo smarrimento della linea di condotta, dal non sapere cosa fare. Io non mi vergogno di ammetterlo e di confessarlo ai miei pazienti lasciandoli liberi nella scelta, se restare o andare per altre strade. Una sola cosa prometto: che non abbandono, non mi rassegno all’impotenza e che mi impegno a fare ricerca. L’inciampo pertanto per chi ha passione della conoscenza e che ammette di non sapere è l’indizio fortuito dell’avvio della ricerca, l’incidente che mette in gioco mente e fatica a cercare quello che non si conosce. Si stabilisce allora quella necessaria alleanza terapeutica fondamentale, pur nel rispetto reciproco dei ruoli, per trovare il senso di quello che è nascosto.

Anni fa ho seguito in terapia familiare un adolescente. Le preoccupazioni dei genitori crescono da quando notano nel figlio sempre più un suo ritirarsi in un suo mondo, un non vivere nel presente, ma in un passato, un diventare sempre più passivo, senza amici, senza capacità di far fronte alle piccole e grandi difficoltà della vita pratica, incurante dei bisogni e delle necessità familiari.

Con il tempo e in modo imprevedibile e improvviso si manifestano i segni di un cambiamento positivo e inarrestabile. In una seduta individuale alla mia richiesta di portami un esempio di questo cambiamento mi dice: “mi sento più sicuro di me stesso, specialmente fuori casa. Un giorno mi sono inciampato su un tombino e non mi sono sentito a disagio, come sarebbe successo tempo prima, né mi son sentito osservato per la mia goffaggine. Ho pensato fra me e me: è una cosa che può succedere a tutti”!

GB