Ogni essere umano che esce dal mondo lascia qualcosa in eredità – Gabriella Caramore

Ogni essere umano che esce dal mondo lascia qualcosa in eredità

Gabriella Caramore

Ogni essere umano che esce dal mondo lascia qualcosa in eredità. Sì, anche chi non ha nulla. Anche gli ignorati che muoiono insepolti e insaputi negli anfratti più sperduti della terra: lasciano a noi la vergogna di non averli saputi aiutare. E la speranza di poter fare diversamente.

Gli altri hanno eredità più benevole da lasciare: i beni, che possono essere fonte di sicurezza per gli eredi e anche per altri; o responsabilità da assumere, nel caso si lascino opere, attività, imprese; e gli oggetti, che restano testimoni muti e tangibili della vicinanza che c’è stata. Guardo, nel mio soggiorno, la poltrona a dondolo di faggio ricurvo e paglia di Vienna che è stata nella casa di mia madre ben prima che la mia nascita potesse essere un’ipotesi. Viene da una lontananza che mi è ignota, ma che mi contiene. Neppure per un istante posso dimenticare quando mi ci cullavo da bambina, raddoppiando così il dondolio delle braccia di mia madre. E neppure per un istante posso dimenticare che la sottile catenina d’oro che tengo al collo, sempre, senza toglierla mai, è stata l’ultimo piccolo dono di mio padre prima di precipitare nella malattia. Il legame del sangue dentro all’oro che porto sulla pelle.

Ma le più grandi eredità che possiamo lasciare, e che ci vengono lasciate, sono la «memoria» e il «perdono»: quel dono «per» altri, che finisce per essere anche dono a noi stessi.

Ciascuno è custode della propria memoria, la sua personale e quella dell’epoca che ha attraversato. Prima che venga il momento in cui tutto si dimentica, ciascuno la deve tener cara, ripensarla, rielaborarla, e soprattutto restituirla: custodita e arricchita. La memoria del vecchio è una eredità inestimabile per chi resta. Raccogliere il senso della storia attraverso il ricordo di parole che ha udito, di atmosfere vissute, paesaggi, angoli di mondo, momenti della storia, amori, incontri, ore desolate, ore divertite, momenti consolati. Anche per questo la vecchiaia non dovrebbe mai essere vissuta in solitudine, ma in una sorta di comunione di esistenze. Quell’essere insieme, che ci accompagna fin da quando nasciamo, e che continuerà, per un tempo, dopo di noi. Così si potrebbe realizzare, anche, quella «compresenza dei vivi e dei morti» di cui parlava Aldo Capitini. Quel «sentire gli altri in noi»: chi ci sta accanto, chi ci sta lontano, chi non c’è più, e anche chi non c’è ancora.

Per questo «ricordare» chi non c’è più non può ridursi a un atto formale, né tanto meno a un «dovere morale». Questo equivarrebbe a uccidere la memoria. (E questo vale anche per le «memorie» della storia). Piuttosto, per chi resta, è una sorta di necessità vitale, per non macchiarsi di aridità e di indifferenza – e in definitiva di sterilità e stupidità – trattenere dentro il cuore chi abbiamo avuto accanto, trasformando la sua memoria in piccole particelle di vita e di esperienza. Sapendo anche che la memoria non è per sempre, prima o poi tutto verrà dimenticato, o meglio tutto verrà trasformato in qualcosa che non sappiamo e non potremo sapere.

L’altra grande eredità è il «perdono», il dono per l’altro. Non una «assoluzione» calata dall’alto sui nostri errori per giudicarli, ed eventualmente condonarli. Per questo dovrebbero bastare la giustizia e il diritto. Bensì un dono reciproco di risanamento dalle ferite che in una vita ci si infligge, di ritrovata vicinanza nella debolezza dei tempi stanchi, di rinnovati affetti nel ricordo, di parole di ringraziamento per quello che si è ricevuto e anche per quello che si è dato. Mi ha sempre un po’ impressionata l’idea di un perdono che «cancella» l’offesa ricevuta. Credo che sia umanamente impossibile. E anche non del tutto auspicabile. Non considero un beneficio comprimere un giudizio e far cadere nell’indistinto il bene e il male che c’è stato. Ma certo nel momento estremo non avrebbe senso perpetuare il rancore e non cercare invece di comprendere che è necessario un superamento.”

Gabriella Caramore, L’età grande, Garzanti

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Commento

Ogni essere umano che esce dal mondo lascia qualcosa in eredità”.

Letta e riletta la pagina diverse volte, facendola mia, data la sua significatività, arrivando alla fine a riconoscermi in quello che faccio da diversi anni: lasciare qualcosa in eredità a chi mi è familiare: a moglie, figlie e nipoti, prima di tutto, ma anche ad amici, che si riconoscono nel mio modo di essere.

Ovvio che non si tratta di eredità materiale, ma, per dirla con Foscolo:

Sol chi non lascia eredità d’affetti,/ poca gioia ha dell’urna

e sarà presto dimenticato se non c’è “Corrispondenza d’amorosi sensi” che vince il tempo, se qualcuno tiene viva la memoria, se c’è una relazione viva. Per questo i morti non sono morti, ma continuano ad essere vivi in noi e con noi, “e spesso/Per lei si vive con l’amico estinto”.

Tanto più se la memoria è sostenuta da “oggetti, che restano testimoni muti e tangibili della vicinanza che c’è stata”. Ancora adesso nella mia casa di Pozzallo, ricostruita dopo la demolizione di quella vecchia, è ancora presente il tavolo della sala da pranzo dei miei genitori che si associa al mio più antico ricordo di mia nonna. Mi vedo nella vecchia casa di via Studi 41 in quella che era la sala da pranzo, seduto assieme ai miei fratelli attorno al tavolo che si trova ancora intatto e utilizzato, anche se malconcio, nella sala da pranzo della mia nuova casa. In piedi campeggia una figura alta e magra, vestita di nero, ed è la figura che meglio ricordo. Per molti anni mi sono chiesto se questa immagine fosse un ritaglio di un ricordo depositato nella memoria o piuttosto una immagine onirica. E quella figura centrale che ci prepara la colazione (‘a spunzadda) con latte e pane. Chi era? Ho sempre però pensato e sperato che potesse essere mia nonna materna “Maruzzedda” (diminutivo pozzallese di Maria), mai conosciuta, morta quando avevo tre anni. E così anche per la catenina che porto al collo da quando avevo forse tredici anni, regalatami da mia madre per il mio compleanno.

Così la nostra sopravvivenza è assicurata solo se gli altri hanno memoria del nostro modo di essere stati ed essere in relazione con loro. Se poi lasciamo in eredità qualche segno tangibile e visibile della loro presenza ci assicuriamo una continuità della nostra presenza nella mente di chi ci ha voluto bene.

“Ciascuno è custode della propria memoria, la sua personale e quella dell’epoca che ha attraversato. Prima che venga il momento in cui tutto si dimentica, ciascuno la deve tener cara, ripensarla, rielaborarla, e soprattutto restituirla: custodita e arricchita.”

E’ quello che faccio con la pubblicazione dei miei articoli.

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