Patrick di Maurizio Andolfi

Due anni fa ho tenuto una consulenza nel Nord della Francia con Patrick e i suoi genitori.

Patrick ha 20 anni ed è figlio unico. Alla nascita gli è stata diagnosticata una agenesia testicolare, malattia rara e invalidante che, provocando uno squilibrio ormonale importante, ha finito per tradursi in marcati tratti femminili, creandogli problemi relazionali intollerabili a scuola e nel gruppo di pari. Ripetuti episodi di bullismo hanno portato il ragazzo ad abbandonare la scuola precocemente. Da quando aveva dodici anni, il ragazzo è stato ospedalizzato molte volte in ambito psichiatrico, ricevendo nel tempo una serie di diagnosi: schizofrenia, personalità borderline, disturbo bipolare e cambiando sovente psicofarmaci. I genitori, persone semplici, vivono in un paesino della Normandia, lavorano entrambi e sembrano ormai non nutrire più grandi speranze né nel figlio né nei contesti di cura. La mamma si fa carico di tutto per Patrick, ma lo iperprotegge e lo tratta come un bambino piccolo e incapace. Lo psichiatra che lo ha in cura segue il ragazzo individualmente, ma incontra anche i familiari ed è lui a suggerire la consultazione.

Non è questa la sede per riferire in modo dettagliato sull’andamento dell’incontro. Mi limiterò a sottolineare due o tre concetti base.

Ho proposto a Patrick, fin dall’inizio della seduta, di scrivermi su un foglio di carta gli aspetti positivi della sua vita, domanda tanto insolita quanto imprevista sia per lui che per i genitori. Dopo lunga attesa e mie calde sollecitazioni il ragazzo ha iniziato ad elencare alcuni suoi valori positivi (generosità, creatività, altruismo), confermati poco per volta anche dai genitori, sorpresi da uno psichiatra che faceva domande così inusuali.

Il secondo passaggio, una volta stretta una alleanza con il ragazzo sulle sue doti personali, è stato quello di spostarlo vicino a me, fuori dal triangolo tra i genitori, e di farmi descrivere da lui la storia di vita dei genitori, entrambi caricati di responsabilità e fardelli con le proprie famiglie da molto prima della nascita del figlio, arrivato dopo molti anni di matrimonio e notevoli difficoltà procreative. Se Patrick sembrava un bambino piccolo tra i due genitori, assai più maturo era il suo comportamento una volta “tolto da quello spazio” e finalmente riconosciuto e ascoltato come grande anche dai genitori, increduli che il loro figlio fosse così interessato e informato sulle loro storie di vita. L’incontro si concludeva con l’augurio che Patrick riuscisse a trovare un lavoro e a prendere distanza sia dai genitori che dagli ospedali, considerando anche il fatto che le sue capacità mentali erano assolutamente integre. In questo progetto, ovviamente, sarebbe stata importante la guida di questo psichiatra, il primo che sembrava interessato a lui come ragazzo e non solo come paziente e ai suoi genitori.

Dopo poco più di un anno ho ricevuto una nota dello psichiatra, che aveva incontrato la famiglia per tutto questo periodo, in cui mi comunicava che Patrick viveva ora in un appartamento in una cittadina a 15 km di distanza dalla casa dei genitori, con i quali le relazioni erano molto migliorate. Recentemente aveva avuto un lavoro presso il Museo locale degli Impressionisti . Nella nota mi riferiva che la famiglia aveva un ottimo ricordo della seduta con Andolfi e che avrebbe avuto piacere di incontrarlo di nuovo quando tornasse in Francia, per “fargli vedere come era cambiato Patrick”. Otto mesi dopo, ritornato a Parigi per un seminario di terapia familiare, ho invitato famiglia e psichiatra per una seduta di follow-up. Nonostante i tanti anni di esperienza clinica non riuscivo a credere ai miei occhi: i cambiamenti di Patrick erano non solo visibili nelle sue parole ma in tutta la sua gestualità e nel suo modo nuovo di sorridere alla vita e i genitori sembravano finalmente usciti da un incubo durato vent’anni. Ma allora potremmo chiederci: se le famiglie possono fare cambiamenti così straordinari una volta riconosciute nella loro integrità e capacità di amare, non potrebbe avvenire lo stesso “miracolo” anche in noi che le prendiamo in cura?

Corriere.it/salute/neuroscienze/30 novembre 2014

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Cosa ci vuol dire con questa intervista, Maurizio Andolfi, uno dei pionieri della terapia familiare in Italia? Nella sostanza sembra una descrizione di una sua consultazione terapeutica richiesta da uno psichiatra che seguiva un caso clinico. Non credo che Andolfi faccia questa citazione all’interno di una lunga intervista per vanagloria, per essere stato capace di dare indicazioni psicoterapeutiche ad uno psichiatra che aveva in carico un ragazzo, caso disperato, oggetto di terapie svariate e inconcludenti.

La chiave di lettura sta nella quattro righe finali:

se le famiglie possono fare cambiamenti così straordinari una volta riconosciute nella loro integrità e capacità di amare, non potrebbe avvenire lo stesso “miracolo” anche in noi che le prendiamo in cura?”

Parto con una serie di domande che mi son fatto e a cui mi sono dato delle risposte.

Perché mai auspicare e sperare che uno stesso miracolo possa avvenire negli psicoterapeuti che hanno in cura le famiglie? Non basta la bravura, la competenza accumulata per essere un capace psicoterapeuta? Di cosa mancano allora gli psicoterapeuti nella loro pratica professionale? Della mancanza di capacità d’amore, risponde Andolfi. Ma di quale capacità d’amore dovrebbero essere capaci i terapeuti familiari per ottenere cambiamenti straordinari nei familiari in cura prima, e poi in se stessi.

Una risposta, riposta fra le righe, ce la dà Andolfi, là dove dice con apparente leggerezza che bisogna essere capaci di essere “interessati a lui come ragazzo e non solo come paziente. Bisogna avere questa dote, noi terapeuti, di vedere l’altro non solo come paziente, ma soprattutto come persona che ha un suo mondo interiore, esistenziale, una sua peculiarità non generalizzabile, non catalogabile in categorie diagnostiche definite. Altri esperti psichiatri e terapeuti avevano già catalogato Patrick, chi schizofrenico, chi personalità borderline, chi disturbo bipolare e ovviamente cambiando psicofarmaci, ma nessuno lo ha visto con altri occhi, come ragazzo con una sua storia personale e familiare che aspettava di essere raccontata e narrata per riconoscerlo nella sua esistenzialità. Riconoscerlo nella sua positività, mai valorizzata dagli altri e anche dagli stessi genitori e quindi non attivata.

Il passaggio successivo è stato quello di stringere una fondamentale alleanza terapeutica con uno spostamento fisico di Patrick chiamandolo accanto a sé e staccandolo dai genitori. Spostamento con un doppio significato metaforico: a) un messaggio di speranza, io e te, se facciamo alleanza, cooperiamo assieme, ce la possiamo fare a uscire dalla gabbia patologica in cui sei stato rinchiuso; b) è ora e tempo di uscire dalla iperprotezione dei genitori e cominciare a vivere in autonomia.

Ovviamente erano tutte indicazioni per lo psicoterapeuta che seguiva Patrick. I risultati si vedono in meno di un anno: un cambiamento radicale della famiglia, un “miracolo” ottenuto attivando le risorse positive della famiglia: padre, madre, figlio.

Da qui l’appello finale ai terapeuti familiari di credere nelle risorse positive della famiglia, di lavorare con la famiglia. Solo così potrà avvenire l’altro miracolo: il cambiamento dei terapeuti nel loro modo di essere e nel loro modo di operare, capaci di vedere non solo pazienti, ma soprattutto persone con storia che chiedono aiuto. E per fare questo bisogna essere capaci di amare: l’altro non è solo un caso clinico, ma una persona sofferente da prendere in carico e di cui aver cura. Questa è per me capacità di amare.


[1] Neuropsichiatra Infantile, già Professore Ordinario di Psicologia dello Sviluppo e delle Relazioni Familiari Università La Sapienza di Roma, Direttore dell’Accademia di Psicoterapia della Famiglia