Quando la mente si fa caos – Gabriella Caramore

Quando la mente si fa caos
Gabriella Caramore

«Il tempo rapisce tutto, anche la memoria.

Ricordo che da fanciullo, spesso, passavo cantando intere giornate.

Ora tante canzoni le ho scordate, e anche la voce mi abbandona»

(Virgilio, Bucoliche, IX).

Sì, il vecchio dimentica. Il vecchio ricorda. Ma questa specie di gioco del ricordare e del dimenticare fa parte dell’essere entrati in una nuova dimensione del tempo, in cui si porta in superficie ciò che era rimasto sepolto, lo si ripete all’infinito perché è lì che si sono sedimentate le nostre storie; e si lasciano sprofondare invece le cose che sembrano intralciare il fluire degli istanti. Finché tutto questo non impedisce lo scorrere della quotidianità, finché non costituisce un pericolo per sé e per gli altri, l’andare e venire delle reminiscenze e dell’oblio rimane nell’ambito di quel rimescolamento di forma e memoria che costituisce anche l’avventurosa esperienza delle nostre giornate.

Accade però che, in età avanzata, le funzioni cerebrali si alterino e talvolta si deteriorino al punto da non consentire più le normali attività che regolano la vita quotidiana. Una specie di caos si insinua nella mente e ne inceppa i meccanismi. Un processo che può avvenire gradualmente: e allora la persona colpita, e i familiari che le stanno intorno, possono ancora godere di una relativa serenità, anche di momenti di affettività e di allegria. Quando il processo accelera, o degenera fino al buio totale, allora tutto si oscura, e nulla sembra più possibile.

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Commento

“Sì, il vecchio dimentica. Il vecchio ricorda”.

Sì, è anche la mia esperienza, con cui faccio i conti da qualche tempo, anche se leggere, scrivere e tenere aperto lo studio, mi aiuta come autoterapia a mantenere viva la mente.

E’ vero che dimenticare non vuol dire non ricordare. Si possono dimenticare nomi di persone e di cose, e mano a mano che passa il tempo, la dimenticanza si fa sempre più estesa e vistosa. Ma il ricordo di circostanze, di situazioni, di relazioni, di esperienze che sono state significative, anche lontane nel tempo, restano vive. Anzi si ripresentano e ci interrogano, perché fanno parte della nostra storia e della nostra identità. Non solo, certi ricordi, apparentemente dimenticati, riaffiorano “perché è lì che si sono sedimentate le nostre storie”.

E’ il tempo in cui appare il desiderio di scrivere o raccontare le nostre storie per non essere dimenticati, perché ogni vita ha una sua storia nei suoi modi di essere e di viverla, modi trasmessi da una generazione all’altra senza consapevolezza. Quindi particolari ricordati e trasmessi possono avere senso, se ascoltati con interesse, perché possono aprire spiragli di conoscenza in chi ci sopravvive.

Perché, se no, mio padre qualche mese prima di morire, con una quasi implorazione, mi chiede: “Mi raccomando non ti scordare di me!”, quasi sentisse che solo nel ricordo c’è sopravvivenza. Ed è stata questa la sua eredità preziosa.

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