Vestire di malattia ogni forma di umana difficoltà Cancrini – Vinci

Vestire di malattia ogni forma di umana difficoltà

Cancrini – Vinci

 

Abbiamo bisogno di discutere, ad esempio, sulla tendenza a psichiatrizzare, vestendola di malattia e delegandola ai tecnici della salute, ogni forma di umana difficoltà: dal lutto al conflitto, dai problemi di relazione tra le persone alla cura dei comportamenti dei bambini.

E’ in atto una sorta di deriva tecnicistica, che scinde emozioni, sentimenti e stati mentali dai fatti e dalle condizioni che li generano e dalle storie di vita in cui acquistano senso; una deriva che espropria gli individui della competenza di sé, spingendoli verso la dipendenza da chi sa (il tecnico di un dolore umano privato del suo significato), e da qualcosa (una sostanza, o altre simili meccaniche cose) che dovrebbe magicamente sciogliere ogni nodo dell’esistenza. Negandolo. O negandone il senso con costi individuali e sociali elevatissimi e con mortificazione di tutti, a cominciare da terapeuti e pazienti cui è sottratta parte della loro umanità.

Cancrini – Vinci, Conversazioni sulla psicoterapia – Alpe

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Commento

Come si spiega il boom di psicologi e psicoterapeuti e le relative scuole di formazione negli ultimi vent’anni? Possibile che ci sia stata una esplosione di psicopatologie da richiedere conseguentemente la presenza di un esercito di psicologi, pronti a prestare assistenza conseguente a tanti malati?

Mesi fa una signora, Giulia, mi chiede un colloquio allo studio. La ricevo accompagnata da suo marito, e le chiedo la ragione della sua richiesta di un colloquio psicologico. Fra pianti e silenzi mi racconta della recente morte di sua madre anziana, a cui era molto attaccata, essendo figlia unica, e perciò assistita da una badante durante le assenze per la sua attività professionale. In una di queste sue assenze riceve una telefonata della badante che le riferiva che sua madre dava segni di disturbo nel parlare. Il tempo di arrivare a casa e la trova aggravata, trasportata in ospedale la madre muore il giorno dopo. Lei non se ne fa una ragione e si sente gravemente in colpa di averla abbandonata. Presto compaiono i sintomi che per lei sono gravi, anche se comuni in situazioni analoghe di morte di un genitore. Mi chiede perciò con insistenza di essere seguita in un percorso psicoterapeutico. Le faccio presente che i suoi sintomi sono normali conseguenze di un lutto familiare e che gradualmente sarebbero scomparsi. Ma non si convince, le faccio un patto: che se i suoi sintomi dopo qualche mese fossero ancora presenti, allora potrebbe telefonarmi per un appuntamento.

Il mese dopo incontro per caso suo marito e gli chiedo come sta sua moglie. “Sta bene”, mi risponde ringraziandomi.

Tutto questo per dire che è vero quanto denuncia Cancrini che fra psicologi e psicoterapeuti si assiste “ad una deriva che espropria gli individui della competenza di sé, spingendoli verso la dipendenza da chi sa”. Psicoterapeuti convinti di possedere una verità scientifica, peraltro quella della loro scuola di formazione, verità che è invece tutta da scoprire ed è tutta soggettiva, mescolata con la storia degli eventi e delle relazioni vissute, prima di tutto nella propria famiglia.

Questo significa che l’aiuto che il paziente riceve è dovuto non tanto alla teoria della scuola di appartenenza dello psicoterapeuta, quanto piuttosto al percorso che terapeuta e paziente fanno assieme, ma soprattutto alla relazione fra paziente e terapeuta e all’alleanza che si forma durante il percorso.

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