Il terapeuta ferito – Cecchin, G. Lane, W.A. Ray

Il terapeuta ferito

Cecchin, G. Lane, W.A. Ray

 

 

“Il 9 settembre 1992 notammo un interessante articolo pubblicato dal New York Times, incentrato sul modo in cui la storia personale di un terapeuta influenza i suoi pregiudizi e il suo operato. La maggior parte dei terapeuti descritti nell’articolo riteneva di essere stata maltrattata o trascurata dalla propria famiglia durante l’infanzia. Essi raccontavano come, da adolescenti o da giovani adulti, avessero sempre incontrato qualcuno che era stato loro d’aiuto nel superare tale “maltrattamento” attuato dai genitori. La storia raccontava che molti di questi individui in seguito erano diventati terapeuti e si erano dedicati particolarmente alla psicoterapia allo scopo di offrire ai clienti lo stesso tipo di aiuto che essi avevano ricevuto. Un tema strettamente connesso a tale caricatura delle esperienze di vita dei terapeuti è la vicenda dell’“aiuto” a cui si collegano professioni fondate appunto sull’“aiuto”.

Molto spesso, connessa a questo tema, vi è l’idea che ciò di cui le persone hanno bisogno sia calore, comprensione e a volte persino amore. Si tratta di un pregiudizio estremamente forte e comune, proprio della nostra cultura, condiviso anche da molti di noi terapeuti. La convinzione secondo la quale le persone hanno bisogno di calore e comprensione, che ha favorito il sorgere delle professioni dell’aiuto, potrebbe essere vista come il risultato di tre tradizioni estremamente influenti:

          • quella religiosa della pietà,
          • quella psicoanalitica di “comprendere” le cause remote e profonde di ogni comportamento
          • la tradizione marxiana dell’uguaglianza per cui ogni essere umano sofferente deve essere portato allo stesso livello di sicurezza degli altri.

Dopo aver letto l’articolo del New York Times, cominciammo a pensare a quanti di noi, terapeuti, sembrano venire intrappolati o motivati dal desiderio di insegnare alle persone come raggiungere un ideale:

– come essere un buon padre; – il modo giusto di essere una buona madre; – come i genitori dovrebbero parlare tra loro di fronte ai figli; – come trascorrere il tempo in modo qualitativamente utile con i nostri figli, con i coniugi, con gli animali domestici ecc.; – come tenere a debita distanza i parenti acquisiti….ecc.. “

Cecchin, G. Lane, W.A. Ray – Verità e pregiudizi – Un approccio sistemico alla psicoterapia – Cortina Editore

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Commenti

Giuseppe Basile

E la lista di tanti pregiudizi che i “professionisti delle relazioni di aiuto”, compresi gli psicoterapeuti, hanno, sarebbe ancora più lunga. E il fondamento di base comune è la pretesa di una diffusa richiesta di aiuto a cui si risponde con una diffusa offerta di corsi di apprendimento per genitori, per le coppie, per gli adolescenti, financo per bambini, dando per scontato che esistono tecniche, metodi, regole, spazi per imparare ad evitare errori educativi e relazionali. In questa prospettiva si trascura l’incidenza negativa di offrire, senza volerlo, da parte dello psicoterapeuta “ferito”, soluzioni e ricette, vissute ed efficaci per lui, convinto che lo siano anche per i propri pazienti

Io rispondo che ormai questa pretesa, anche se ingenuamente mi ha sfiorato la mente tempi addietro, ora, con gli anni e l’esperienza personale, familiare e professionale, la trovo, se non fallace, inconcludente.

E perché? Perché ognuno di noi è mistero a se stesso e agli altri, perché ognuno di noi è figlio di molte storie che, stratificate e addensate nel tempo, ci portiamo sulle spalle senza saperlo. Perché ognuno di noi è figlio della storia del padre e della madre, dei nonni che si sono succeduti, e di quanti hanno lasciato, senza saperlo e se senza volerlo, impronte invisibili e sconosciute del loro essere su di noi nel bene e nel male. E sono regole, che non possono essere, generalizzabili, perché ognuno di noi è sempre “figlio unico”.

Qual è allora la funzione della psicoterapia e dello psicoterapeuta?

Certamente quella di non insegnare niente, non ha regole da fornire, bagaglio di espedienti e di sapere da prescrivere, perchè paradossalmente il paziente è terapeuta di se stesso, se conosce se stesso nella sua profondità. “Conosci te stesso”, verità antica, scritta nel frontone del tempio di Apollo a Delfi come ammonimento, fatto poi da Socrate massima del suo insegnamento.

Allora qual è la funzione dello psicoterapeuta? Essere specchio che rivela al paziente l’immagine di se stesso, immagine che non è statica, fissa, unica, ma poliedrica. Esperienza che facciamo quando siamo in relazione interpersonale con altre persone e notiamo che ognuna ci vede e si rapporta in modo diverso dall’altra. La psicoterapia è un percorso alla scoperta di noi stessi e la funzione dello psicoterapeuta è quella di un compagno di viaggio che sta tre passi indietro e che osserva attentamente la strada presa dal paziente e che interviene solo in caso di pericolo.

Ai tanti dubbi e alle tante certezze, io rispondo umilmente con la mia “bottega”, che non ha e non vuole avere la pretesa di insegnare alcunché, ma che vuole mettere a disposizione un tempo e uno spazio di osservazione indiretta e auto-osservazione del crogiolo dei movimenti interni dell’animo umano. E ognuno ha i suoi, unici, non confrontabili con quelli degli altri.