Il terapeuta ferito

IL TERAPEUTA FERITO[1]

Il 9 settembre 1992 notammo un interessante articolo pubblicato dal New York Times, incentrato sul modo in cui la storia personale di un terapeuta influenza i suoi pregiudizi e il suo operato. La maggior parte dei terapeuti descritti nell’articolo riteneva di essere stata maltrattata o trascurata dalla propria famiglia durante l’infanzia. Essi raccontavano come, da adolescenti o da giovani adulti, avessero sempre incontrato qualcuno che era stato loro d’aiuto nel superare tale “maltrattamento” attuato dai genitori. La storia raccontava che molti di questi individui in seguito erano diventati terapeuti e si erano dedicati particolarmente alla psicoterapia allo scopo di offrire ai clienti lo stesso tipo di aiuto che essi avevano ricevuto.

Un tema strettamente connesso a tale caricatura delle esperienze di vita dei terapeuti è la vicenda dell’“aiuto” a cui si collegano professioni fondate appunto sull’“aiuto”. Molto spesso, connessa a questo tema, vi è l’idea che ciò di cui le persone hanno bisogno sia calore, comprensione e a volte persino amore. Si tratta di un pregiudizio estremamente forte e comune, proprio della nostra cultura, condiviso anche da molti di noi terapeuti.

La convinzione secondo la quale le persone hanno bisogno di calore e comprensione, che ha favorito il sorgere delle professioni dell’aiuto, potrebbe essere vista come il risultato di tre tradizioni estremamente influenti:

        • quella religiosa della pietà,
        • quella psicoanalitica di “comprendere” le cause remote e profonde di ogni comportamento
        • la tradizione marxiana dell’uguaglianza per cui ogni essere umano sofferente deve essere portato allo stesso livello di sicurezza degli altri.

Dopo aver letto l’articolo del New York Times, cominciammo a pensare a quanti di noi, terapeuti, sembrano venire intrappolati o motivati dal desiderio di insegnare alle persone come raggiungere un ideale:

        •  – come essere un buon padre;
        •  – il modo giusto di essere una buona madre;
        •  – come i genitori dovrebbero parlare tra loro di fronte ai figli;
        •  – come trascorrere il tempo in modo qualitativamente utile con i nostri figli, con i coniugi, con gli animali domestici ecc.;
        •  – come tenere a debita distanza i parenti acquisiti;
        •  – come avere rapporti sessuali soddisfacenti con il proprio coniuge;
        •  – come stare vicino ai propri figli senza trascendere in un comportamento sessuale;
        •  – come gestire una sana relazione amorosa;
        •  – come divorziare con successo senza ferire i nostri figli o nostra madre;
        •  – come parlare da solo senza apparire pazzo agli occhi degli altri;
        •  – come mangiare a sufficienza evitando di mangiare troppo;
        •  – come restare innamorati dello stesso coniuge senza curarsi del tempo fisiologico che trascorre;
        • – come tenersi in contatto con il nostro lato infantile a cui siamo molto affezionati e conservare una salutare fiducia nel futuro; ecc….

[1] in G. Cecchin, G. Lane, W.A. Ray – Verità e pregiudizi – Un approccio sistemico alla psicoterapia – Cortina Editore

Commento

E la lista di tanti pregiudizi che i “professionisti delle relazioni di aiuto”, compresi gli psicoterapeuti, hanno, sarebbe ancora più lunga. E il fondamento di base comune è la pretesa di una diffusa richiesta di aiuto a cui si risponde con una diffusa e smpre più varia offerta di corsi di apprendimento per tutti, differenziati per funzioni, per ruoli, per età, per problematiche, per genitori, per le coppie, ecc…, dando per scontato che esistono tecniche, metodi, regole, spazi per imparare ad evitare errori e risolvere problemi educativi e relazionali. E di pari passo si è anche sviluppata una industria pubblicitaria, orientata a vendere lo specialista psicologo, psicoterapeuta , specialmente con l’avvento di internet.

Io non nascondo di aver aderito ingenuamente, specialmente nei primi anni della professione, a tale falsa credenza. Riconosco però di essere stato aiutato a ricredermi per il fatto di aver esercitato esclusivamente la professione di psicoterapeuta dopo i cinquant’anni e dal fatto di aver esercitato prima la professione di insegnante, dismessa con il pensionamento. Dove sta l’aiuto? Ma perché a cinquant’anni si vede l’esperienza della vita con occhi diversi da un trentenne, perché bisogna averla vissuta la vita prima di occuparsi della vita degli altri , e conseguentemente aver acquisito un maggiore senso critico. E poi perché essere stato insegnante per quasi trent’anni è stato per me un tempo di apprendimento relazionale prezioso per la successiva professione, anche se apparentemente non hanno nulla da spartire.

Come da insegnante ho capito che non esistono gli “alunni”, ma che ogni alunno è unico con il suo nome che lo identifica, così da psicoterapeuta ho sempre visto unico “il paziente” con la sua storia unica e con il suo destino non omologabile ai casi dei manuali psichiatrici e psicopatologici. E dell’unico non c’è scienza per identificarlo, per capirlo, per curarlo.

Pertanto ora, con gli anni e l’esperienza personale, familiare e professionale, quella pretesa “di insegnare alle persone come raggiungere un ideale” la trovo, se non fallace, inconcludente, memore del detto di Freud che tre sono i mestieri impossibili: quello di genitore, quello di insegnante e quello di psicoterapeuta.

Per questo con il tempo e con esperienza ho abbandonato l’ortodossia teorica della scuola di psicoterapia per sentirmi libero di essere divergente costruendo un mio percorso psicoterapeutico, definendomi piuttosto fedele compagno di un viaggio sconosciuto. Alla richiesta esplicita e ingenua di ricevere ricette su cosa fare e come fare, la mia risposta altrettanto esplicita è di non sapere perché l’altro è uno sconosciuto ai miei occhi. Confesso di non sapere, convinto seguace del metodo socratico (”so di non sapere”) e l’unico modo di sapere e curare è la ricerca in cui il paziente è chiamato ad avere una parte attiva determinante. In fondo credo che la psicoterapia è un’autoterapia, e per questo con gli anni sono diventato selettivo nella presa in carico di un nuovo paziente mediante un colloquio preliminare gratuito su chi sono io e come lavoro e su chi è l’altro e cosa mi aspetto dall’altro. Statisticamente forse il 30% richiama.

Se penso ai tanti miei fallimenti terapeutici, credo che i più siano stati per abbandono del paziente, dovuto alla rinuncia o rifiuto di assumersi la responsabilità della alleanza terapeutica, forse deluso per non aver ricevuto la sua ricetta inconsciamente richiesta.

 

Una risposta a “Il terapeuta ferito”

  1. Commenti: 11

    Giovanna Alberghina
    Condivido al 1000%! Io mi considero una sorta di “catalizzatore”, sostanza che agevola la reazione chimica, ma che non c’entra nulla con i reagenti… ma sono gli anni che favoriscono queste riflessioni, caro Pino! E con gli anni e le esperienze vissute, i modelli ideali che tanto condizionano, diventano sempre più una realtà perfetta nella sua “ imperfezione”! Un abbraccio, caro compagno della scuola, che ci ha dato una bella sponda da cui lanciarci in questa meravigliosa avventura!

    Giuseppe Basile
    Autore Amministratore
    Grazie, cara Giovanna, mi piace la tua definizione del terapeuta come “catalizzatore”, quanto di più apprpriato in tempi di pademia e di vaccini. Non solo la scuola e i maestri con cui ci siamo formati fanno la differenza, ma anche la passione viva e che rende vivi!
    Ciao!

    Giovanna Alberghina
    Giuseppe Basile
    ciao caro! È proprio vero: più passano gli anni e più mi sento viva è molto fortunata: sto sempre bene e sono sempre contenta! Che cosa desiderare di più?

    Giuseppe Basile
    Autore Amministratore
    Se te lo dice poi uno che è alla soglia di 80 anni ne è la prova!

    Glady Viola
    Grazie professore per tutti questi doni 🌸🙏

    Giuseppe Basile
    Autore Amministratore
    Glady Viola
    a scanso di equivoci, pur laureato in Filosofia, ho insegnato umilmente italiano e storia negli istituti tecnici, per poi passare dopo il pensionamento alla professione privata di psicoterapeuta con la mia seconda laurea in Psicologia.

    Glady Viola
    Ancora più onore!

    Lino Dell’amura
    Ms profondo e interessante

    Giuseppe Basile
    Autore Amministratore
    Un’amica che vuole il rispetto dell’anonimato, mi scrive:
    Ciao dottore, buongiorno, Ho letto la tua email del terapeuta ferito .Ho letto il tuo commento .Ecco il perché con te c’è stata un’intesa, perché di fronte a me mi sono trovata una persona spoglia di arroganza del sapere ,ma una persona che con il suo sapere e la sua professionalità mi ha accettato con la sua umanità, ha accettato le mie fragilità e mi ha fatto da specchio in modo professionale con cui ho potuto confrontarmi e rendermi consapevole. Il cammino che abbiamo fatto è stato un cammino pesante per tutti e due , ho ancora davanti agli occhi la stanchezza di tutti e due alla fine delle due ore. Un cammino senza un traguardo perché la vita è in continuo cambiamento ,evoluzione.
    grazie dottore sei fantastico….
    Ti faccio tanti auguri di buona Pasqua a te e a tutte le persone a te care
    ti abbraccio forte

    Ernestina Siciliano
    Giuseppe Basile,
    che bella lettera e ringraziamento. Ha confermato quello che lei (terapeuta) voleva fare ed essere…..”missione compiuta”.

    Cristina Clementi
    “E dell’unico non c’è scienza per identificarlo, per capirlo, per curarlo.”

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