Congedo – Eugenio Borgna

Congedo

Eugenio Borgna (1)

Questo mio libro sta finendo la sua corsa: una corsa infinitamente lunga che dalla mia infanzia, dalla mia adolescenza e dalla mia giovinezza è giunta alla mia età adulta e infine alla mia ultima età: scandite da una cascata di avvenimenti che hanno avuto come Leitmotiv la psichiatria, scienza umana e scienza naturale, ma soprattutto destino. Sono molte le definizioni di destino, di questa vertiginosa e oscura dimensione della vita, alla quale non si può nondimeno sfuggire. Non potrei non citare quella che ne è stata data da Rainer Maria Rilke in una delle Elegie duinesi, la sua opera più celebre e più complessa; e le sue parole, nella traduzione di Maria Grazia Marzot, sono queste: “Questo è il destino: stare di fronte / e nient’altro che questo e sempre di fronte”. Nel destino siamo chiamati, in ogni istante della nostra vita, a rispondere, a quello che la vita ci chiede, facendo scelte responsabili.

Nel prendere congedo da questo mio libro vorrei chiedermi ancora, sulla scia di quello autobiografico di Karl Barth, se, e come, la mia vita sia cambiata nel corso degli anni. Le mie idee sulla psichiatria, sulle sue fondazioni intersoggettive e umane, sulla importanza che in essa hanno ascolto e colloquio, psicoterapia, e farmacoterapia, non sono cambiate; ma si sono mutate, si sono inaridite, le mie emozioni curando i miei pazienti? Come non correre il rischio di insabbiarsi nella palude delle abitudini che gli anni trascinano con sé, e che non consentono di sintonizzarsi con l’ininterrotto fluire della vita? Se non avessi continuato a prendermi cura di alcuni pazienti, forse non sarei riuscito a sfuggire a questo rischio. Direi di averlo evitato, ma, nelle mie quotidiane relazioni, a quali cambiamenti sono andato incontro? Non lo so, non è facile conoscersi, e, a mano a mano che gli anni passano, questo è sempre più difficile, ma in ogni caso questi cambiamenti non direi che ci siano stati nella mia vita.

[…] Conoscersi, sapere sfuggire al fascino stregato del presente, alla distrazione e alla noncuranza dell’oggi, alla banale quotidianità della vita, e recuperare il passato, che i ricordi fanno rivivere, dando un senso al trascorrere febbrile e fatale degli anni: questi sono gli orizzonti – tematici della poesia dalla quale rinasce ancora una volta la funzione redentrice dei ricordi. La memoria ne è l’archivio , ma, come dice sant’Agostino, la speranza non è se non la memoria del futuro, e allora intrecciandosi l’una all’ altra il fiume della vita scorre senza fine.

Un libro che consentirà a chi lo legga nel silenzio del cuore di conoscere qualcosa di una vita che ha avuto la psichiatria come sua fragile compagna di strada: come sua fonte di riflessione sulla condizione umana ferita dal male di vivere, e nondimeno aperta ai bagliori della speranza, che è la goethiana stella cadente, alla quale sempre guardare nelle notti oscure dell’ anima.

Eugenio Borgna, IL FIUME DELLA VITA. Una storia interiore – Feltrinelli 2020

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Si congeda così, Eugenio Borgna, dai suoi lettori con questa pagina consolatoria che, nonostante il male di vivere, indirizza a guardare “i bagliori della speranza nelle notti oscure dell’anima.” Speranza di sopravvivere nel futuro, nella memoria dei ricordi lasciati, perché là dove c’è memoria ci siamo noi, c’è esistenza, se siamo stati capaci di vivere il destino, a “stare di fronte / e nient’altro che questo e sempre di fronte” , “a rispondere, a quello che la vita ci chiede, facendo scelte responsabili”.

Il resto è tutto mistero.

La pagina finale, oltre che consolatoria, ci chiede se siamo stati umani, se dovunque siamo stati e comunque siamo stati, siamo stati capaci di dare ascolto a chi ha bisogno, a chi nasce bisognoso, al fratello nostro compagno di viaggio.

“Stare di fronte” fino a quando è possibile, se non ci facciamo cambiare correndo “il rischio di insabbiarsi nella palude delle abitudini che gli anni trascinano con sé”. Il rischio cioè che con l’avanzare dell’età e con l’accumulo delle esperienze e con la certezza supposta di sapere ormai il cosa fare e il come fare. Il rischio di omologare il nuovo, il diverso, l’unico. Adattandolo a quanto ormai si sa, annullando così le differenze, le peculiarità dell’idividualità. Perché la verità è che l’individuo è sempre uno sconosciuto, e noi sconosciuti a noi stessi, perchè non siamo i soli ad aver scritto li libro della nostra storia e perché non siamo sempre gli stessi nel corso della vita.

Tanto più questo vale in psicoterapia, e deve valere ancor più in psichiatria dove è sempre più diffusa la pratica diagnostica sulla base di manuali e dati statistici. Il paziente non è un numero, un “caso”, da inquadrare in una categoria di un manuale diagnostico. “La psichiatria non ha certezze”,  non è una scienza dell’oggettivo, come fosse una scienza fisica che si occupa dell’universale invariabile.  La psicologia e la psicoterapia si occupano invece dell’individuo, del suo animo segreto, della sua interiorità, del suo invisibile e del suo indicibile.

Il paziente è una persona che soffre che va accolta  e ascoltata nelle sue emozioni, nelle sue richieste di aiuto.

La psicoterapia sostanzialmente è un incontro a due cercato e voluto, anche se fondamentalmente sconosciuti, ma legati da una relazione terapeutica, asimmetrica con ruoli e poteri diversi. Non c’è trasmissione unilaterale di un sapere consolidato da una parte e un apprendimento passivo dall’altra, ma un apprendimento reciproco sulla base di un sintomo, segno di una sofferenza sconosciuta. La psicoterapia è una ricerca del significato metaforico del sintomo che accomuna terapeuta e paziente sulla base di un ascolto e di un apprendimento reciproco, quasi in un gioco di specchi per cui terapeuta e paziente si vedono l’uno nello specchio dell’altro.

Conoscere e far conoscere all’altro le sue fragilità è anche un apprendimento di sé, in qualche modo l’altro mi fa da specchio in cui mi vedo non solo capace, ma anche con i miei limiti e le mie fragilità. E di questo ringrazio i miei pazienti per quello che mi hanno dato.

E continuo finchè la passione regge e l’età lo permette.

https://www.youtube.com/watch?v=Xhu35KHKmZI

[1] Eugenio Borgna (Borgomanero, 22 luglio 1930) è uno psichiatra, saggista e accademico italiano. Come primario di servizi psichiatrici ospedalieri, fin dai primi anni '60 ha adottato metodi di cura che, esorbitando dalla comune prassi clinica, si sono incentrati sul dialogo reciproco e l'ascolto empatico del paziente psichiatrico, non soggetto ad alcuna forma di coercizione, contenzione o imposizione, sperimentando così, per la prima volta in Italia, una nuova maniera di accostarsi alla malattia psichiatrica, più umana, rispettosa e comprensiva del dolore del paziente (Wikipedia)