Le intermittenze del cuore di Eugenio Borgna

Le intermittenze del cuore

Eugenio Borgna

Sono trascorsi quasi vent’anni da quando ho lasciato il mio lavoro in ospedale, continuando, come dicevo, a curare alcuni pazienti: cosa che è possibile fare in psichiatria, se ci si limita a curare sindromi depressive, o sindromi ansiose, non sono davvero poche, che hanno bisogno di farmaci, e di colloqui psicoterapeutici. Sono stati pazienti ai quali mi era possibile dedicare un tempo che non fosse quello dell’orologio, e della clessidra, ma quello interiore: il tempo dell’io: il tempo vissuto. Non mi sono allontanato, così, dalla psichiatria, che ha continuato ad essere una dimensione essenziale della mia vita.

[…] Grande è la solitudine di uno psichiatra quando, in libera professione in particolare, abbia a che fare con pazienti affascinati dal desiderio di una morte volontaria. Le parole hanno una ovvia estrema importanza in psichiatria, basta dirne una sbagliata, o inadeguata, infelice, e tutto è perduto; ma in una psichiatria ospedaliera non si è così esposti e così indifesi, così intimoriti e così ansiosi, come avviene nella isola deserta della libera professione. Quello che vorrei nondimeno dire è che in questa mi sono incontrato con alcuni pazienti che né in manicomio né nel servizio di psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara mi era stato possibile incontrare. Così, in questi ultimi anni non mi si sono chiusi gli orizzonti delle conoscenze e della cura in psichiatria, benché la solitudine, in cui uno psichiatra lavora in libera professione, sia dolorosa e temeraria. Si ascoltano cose, che talora egli solo conosce, e non è facile, e talora non è possibile, dirle ad altri, se non si ha il consenso dei pazienti.

[…] Non si può fare psichiatria in libera professione se non si sia disposti a rispondere ad ogni possibile chiamata, ad ogni possibile richiesta di aiuto, alla quale non si può mai venire meno; anche se questo non è sempre facile.

Eugenio Borgna, Il fiume della vita, pagg.80-81

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Commento

Così Eugenio Borgna ci dice che, lasciato il lavoro in ospedale per pensionamento, continua a lavorare sperimentandosi con la professione libera. E continua a lavorare nel privato con la stessa metodologia, con la stessa passione e con lo stesso valore etico acquisiti prima in manicomio e poi nei reparti di psichiatria dell’ospedale, scontrandosi però con le differenze operative ed umane.

Così nella sua professione privata porta la sua bussola di orientamento per capire il dolore di chiede aiuto.

Una prima qualità che uno psicoteraeuta deve avere se vuole operare nel privato è la disponibilità a “rispondere ad ogni possibile chiamata, ad ogni possibile richiesta di aiuto, alla quale non si può mai venire meno”.

Tempo fa una paziente mi chiede un appuntamento per essere aiutata, la ricevo, l’ascolto, conosco la sua storia, da anni è in cura da uno psichiatra con cui fa anche psicoterapia. Le spiego che non posso prenderla in carico visto che ha una relazione terapeutica in atto con uno psichiatra, anche se non soddisfatta, per non creare confusione nella sua mente. Mi ritelefona un anno dopo per un nuovo appuntamento chiedendomi di prenderla in carico perché i suoi sintomi si sono aggravati. Cosa è successo di nuovo nel frattempo? Che per bisogno, stando male, ha chiamato il suo psichiatra psicoterapeuta diverse volte, non ricevendo mai risposte. Per disperazione lo chiama il marito con il proprio telefono e trova una risposta immediata al suo suo numero, sconosciuto allo psichiatra. Immediatamente rompe il rappoto, si fa seguire da un altro psichiatra per la cura farmacologica e inizia con me una psicoterapia familiare. Gradualmente io e la collega in equipe terapeutica abbiamo allargato il campo di osservazione relazionale includendo prima il marito, poi le figlie e infine le sorelle e il risultato è il cambiamento atteso da anni nella famiglia.

Oggi è un’altra donna, non tanto per merito mio e della collega che mi assiste in terapia, ma soprattutto, perché vive in una “nuova casa”, in una “nuova famiglia” e con “nuove relazioni”.  La sua cupa tristezza ha lasciato il campo, so solo che qualcosa di nuovo è avvenuto in lei, ma non so cosa, ma riconosco quello che dice Borgna prendendo a prestito quello che scrive il poeta Rainer Maria Rilke a un suo amico depresso:

“Non sappiamo cosa sia questo qualcosa di nuovo che ci trasforma, quando la tristezza è in noi, come si trasforma una casa nella quale sia entrato un ospite. “Noi non possiamo dire chi sia entrato, forse non lo sapremo mai, ma molti indizi suggeriscono che il futuro entra in noi in questa maniera per trasformarsi in noi, molto prima che accada

2 Risposte a “Le intermittenze del cuore di Eugenio Borgna”

  1. Bellissima anche questa pagina di Borgna. Il caso che riporti della signora rifiutata dal suo psichiatra è tristissimo. Mi chiedo, da medico, se questo professionista, “disturbato” poteva trovare una soluzione diversa alla sua mancanza di disponibilità. Per esempio dichiararlo chiaramente. Forse sarebbe stata meno peggio. Ma le dietrologie non servono a nulla. Felice che abbia trovato una soluzione. Interessante e magicamente efficace il lavoro di équipe nelle relazioni di aiuto. Anch’io lho sperimentato. E per ultimo… Anch’io ho sperimentato un senso di solitudine nel lavoro di libero professionista proseguito dopo i trent’anni di ospedale. Mi lasciava insoddisfatta ed improvvisamente impoverita della relazione con le altre figure professionali del mio team. per questo ho chiuso dopo pochi anni. Ciao Pino. Grazie

    1. Grazie, Flaminia, per l’ntervento e il contributo. Nel caso dello psichiatra che non si fa trovare, io mi sono fatta l’idea che ha abbandonato la paziente perchè non sapeva più che pesci pigliare e piuttosto che confessare la sua incapacità, si era reso irreperibile.

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