Chi sa riconoscere il vero merito? – – di Michela Manzano

Chi sa riconoscere il vero merito?

Di Michela Marzano

Il merito è una bufala. Checché se ne dica, rappresenta uno dei più grandi malintesi della contemporaneità. Nessuno d’altronde sa esattamente cosa sia. E anche chi non smette mai di parlarne fatica spesso a darne una definizione rigorosa. È il frutto dell’impegno oppure il riconoscimento degli sforzi fatti indipendentemente dai risultati? È il diritto alla stima sociale oppure una giusta ricompensa che non sempre si ottiene? “Come merito e fortuna siano concatenati, non viene mai in mente agli stolti”, scriveva Goethe. Molto tempo prima che si diffondesse la mania di illudersi che ognuno è artefice del proprio destino, e che tutto ciò che accade dipende da sé indipendentemente dalle condizioni specifiche in cui si nasce, si cresce e si vive, Goethe aveva già messo il dito nella piaga del merito, e intuito la malafede di chi, privilegiato, ha bisogno di credere che il proprio successo sia dovuto solo al proprio impegno e alla propria forza di volontà, biasimando chiunque, avendo invece fallito, non dovrebbe fare altro che prendersela con sé stesso.

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Ma procediamo con ordine. Partendo da una necessaria premessa: sono io la prima che, cresciuta apane e meritoe con l’ossessione di essere sempre la “più brava della classe”, ho a lungo creduto che, nella vita, tutto dipendesse dagli sforzi e dalla fatica, e che solamente il merito acquisito e riconosciuto potesse essere la base di una società giusta; sono io la prima che, arrivata in Francia (dove vivo e lavoro da anni), mi sono innamorata dell’égalité de chance, inveendo contro le raccomandazioni e i clientelismi tanto diffusi nel nostro paese. Prima di rendermi conto, a mie spese, di quanta verità ci fosse nelle parole di Georges Canguilhem quando diceva che, dietro i successi sociali, si celano quasi sempre disastri esistenziali. E prima di capire quanto fosse insopportabilmente falso affermare che, nella vita, il successo è la conseguenza del merito.

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Come sa bene chiunque insegni, nessun docente sa come valutare il merito delle proprie alunne e dei propri studenti. Nessuno sa davvero se è legittimo (o meno) valutare male chi fa sforzi immani e che poi, però, non ottiene i risultati sperati, oppure ne ottiene, ma nulla a che vedere rispetto allo studio e agli sforzi che ci sono dietro. Esattamente come nessuno sa come valutare chi, all’opposto, di sforzi non ne fa perché è particolarmente dotato, e anche senza studio e senza fatica ottiene ottimi risultati. Se il merito fosse veramente legato solo ai successi, allora sarebbe ingiusto. Anche un bambino capisce quant’è più facile avere buoni voti quando si nasce in una famiglia in cui la cultura e il sapere li si masticano quotidianamente rispetto a quando si vive in ambienti in cui non c’è nemmeno un libro, i genitori fanno fatica anche solo a dialogare tra di loro, oppure la sera tornano a casa talmente stanchi da non rivolgere alcuno sguardo ai propri figli.

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Ne parlo spesso con le mie studentesse e i miei studenti. Loro che, in Francia, crescono convinti che l’egalité de chance li metta al riparo dalle ingiustizie e dagli abusi. E che poi però, pian piano, si rendono conto che quelle famose chances di ascesa sociale sono una bufala, che quando c’è un esame importante o un concorso chi ha un padre o una madre che paga tutto può prepararlo senza l’ansia dei soldi che mancano per pagare l’affitto, e che talvolta è proprio la fortuna, quella che non guarda in faccia nemmeno chi ha papà e mamma che si occupano di tutto, che determina i risultati.

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Allora a me sta pure bene che qualcuno obietti che il talento è controverso perché è un dono di cui nessuno ha merito, e che è quindi lo sforzo che dovrebbe essere premiato. Dopodiché, soprattutto se si tratta di un docente, gli vorrei sommessamente chiedere se, quando fa esami, il voto che dà ai suoi studenti è legato agli sforzi fatti, anche in assenza di risultati, oppure ai risultati, anche in assenza di sforzi.

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Lo so bene che rimettere la fortuna al centro dei dibattiti è irritante. Ma non riconoscere il peso della chance significa negare la realtà. E spesso, chi la nega, lo fa con presunzione. Ma come notava già Leopardi, è sempre così che succede: “È curioso vedere che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese come indizio di poco merito”.

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commento

Riproponendo il problema semplificandolo: È meritevole chi ha successo     avendo le capacità o chi si impegna al massimo non avendo le capacità per raggiungere l’obiettivo?

Riproponendo il problema semplificandolo: È meritevole chi ha successo     avendo le capacità o chi si impegna al massimo non avendo le capacità per raggiungere l’obiettivo?

La riflessione e la domanda che si pone Michela Marzano:

Dopodiché, soprattutto se si tratta di un docente, gli vorrei sommessamente chiedere se, quando fa esami, il voto che dà ai suoi studenti è legato agli sforzi fatti, anche in assenza di risultati, oppure ai risultati, anche in assenza di sforzi

Domanda che non mi lascia indifferente, mi riporta fulmineamente ad alcuni esempi del mio passato di insegnante di tanti anni fa, di alunni in difficoltà per tante ragioni e non solo scolastiche. Davanti ai quali non ho alzato le spalle, non ho chiuso gli occhi tacitando la coscienza dicendomi che era un problema che non mi riguardava. Né tanto meno me ne sono occupato come psicologo, quale ero già allora senza che lo sapessero i miei alunni e i colleghi insegnanti. Non ho voluto mescolare le mie due professioni, pur essendoci fra le due profonde interconnessioni. [1]

Ma sentivo dovere morale e il dovere educativo di prendermi cura dei ragazzi che vivevano il disagio nel silenzio, ma senza invadere il campo.

Mi è rimasto vivo, impresso nella memoria un caso. Allora insegnavo italiano in un istituto superiore, quando mi imbatto su un ragazzo quindicenne, a prima vista attento, studioso, disciplinato, capace di stare in classe con gli altri senza però apparire un leader. Cosa scopro al primo tema in classe quando leggo e correggo il suo. Gravissimi errori di ortografia e grammaticali compatibili e comprensibili se fosse stato un alunno di terza elementare. Non potevo, se volevo educare e insegnare (in-segnare, mettere un segno, lasciare un segno, un’impronta in una relazione unica con un alunno), non potevo limitarmi ad una semplice e secca valutazione. Ho chiesto al padre quando venne ad udienza se era a conoscenza di questa difficoltà del figlio, dicendomi sconsolato, che finora nessun insegnante né alle elementari, né alle medie gli aveva comunicato questa grave lacuna del figlio. Rimediare non era cosa semplice, ma non mi sono rassegnato all’impotenza. Ho preso un eserciziario grammaticale prescrivendogli il lavoro da fare a casa e che io gli correggevo in classe alla fine lezione. Non l’ho mai sentito lamentarsi per questo lavoro supplementare che era costretto a fare rispetto ai suoi compagni e lo faceva con impegno e con profitto. Ma il mio problema era come valutare alla fine il suo lavoro al momento degli scrutini finali e lo risolvevo facendo una media fra voto scritto e voto orale, apprezzando l’impegno e lo sforzo del mio studente.

Alla fine non so se sono stato per lui una chance. Non l’ho più rivisto una volta terminati gli studi.

[1] https://www.giuseppebasilepsicoterapeuta.it/wp-admin/post.php?post=819&action=edit

 

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