La cura torni ad essere madre di Massimo Recalcati

La cura torni ad essere madre


Massimo Recalcati


[…] In questo contesto assume sempre più importanza il tema della cosiddetta umanizzazione delle cure. Non si tratta di rinunciare alla ricerca scientifica o agli strumenti specialistici di indagine diagnostica e di intervento terapeutico nel nome di un umanismo astratto, quanto, piuttosto, di ribadire, proprio nel tempo del dominio incontrastato della scienza e della tecnica, la centralità della dimensione della cura come attenzione per la singolarità irriducibile del paziente. Più precisamente, si tratta di calibrare ogni volta il codice paterno proprio del piano normativo delle procedure diagnostiche e terapeutiche — che, come tale, esige sempre nei pazienti una quota di oggettivazione — con il principio materno proprio della necessaria particolarizzazione delle cure. Questo principio consiste nel contrastare il carattere anonimo, standard, impersonale delle pratiche di cura. Il nostro tempo oscilla tra l’incuria assoluta (si pensi allo sfruttamento illimitato delle risorse del pianeta o al mito individualistico del successo a scapito di una concezione solidaristica della vita) e la riduzione delle cure a procedure spersonalizzanti.

Diversamente il principio materno umanizza le cure nel senso che custodisce il senso più profondo della cura come dedizione per il particolare. Esso ostacola la riduzione del volto al numero e afferma il principio etico che la cura, ogni pratica di cura, è sempre cura dell’“uno per uno”. È qui che ritroviamo l’essenziale della donazione materna: rendere ogni figlio unico, non secondo la legge del numero, ma secondo quella etica della insostituibilità. Il principio materno ci ricorda altresì che in ogni pratica di cura la responsabilità coincide con la capacità di rispondere al grido di chi soffre, di chi si trova in una condizione di inermità e abbandono, sia esso un paziente, un quartiere, una istituzione o, come hanno recentemente segnalato con forza le nuove generazioni, il nostro stesso pianeta. Ovunque vi sia responsabilità come risposta al grido di chi soffre è in atto una esperienza di umanizzazione della cura. Rispondere al grido è saper restare vicini a chi è ferito e vulnerabile, a chi è gettato nello sconforto. Una cura che sa essere umana è una cura che non lascia solo chi soffre senza però nutrirlo con l’onnipotenza illusoria di una terapia priva di limiti che lo sviluppo prodigioso della tecnologia rischia di alimentare.

Non a caso la dimensione umanamente più profonda della cura si rivela proprio laddove si incontrano i limiti della terapia come insuperabili. Si tratta in questi casi di prendersi cura della inermità di chi soffre senza promettere guarigioni impossibili e senza accanirsi nell’evitare ad ogni costo della morte. L’umanizzazione della cura definisce innanzitutto la salvaguardia della dignità del paziente. In questo senso la tutela del fine vita può essere un atto di profonda cura proprio quando contraddice l’accanimento della volontà terapeutica. Allora la morte può essere un dono che assicura alla vita il suo diritto a morire laddove la terapia ha dovuto riconoscere il proprio scacco. In questi casi estremi, l’umanizzazione della cura significa non sostenere la vita come principio astratto e impersonale, ma ricordare che ogni vita è una, singolare e insostituibile; che ogni vita ha diritto a vivere e a morire a suo modo.

Repubblica 01 Novembre 2019

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Ancor più vero è, il testo di Massimo Recalcati, se lo restringiamo alla cura psicoterapeutica. Anch’essa, come la terapia medica, oggi sempre più fondata su prescrizione di test, su diagnosi psicopatologiche preliminari, su interventi tecnici e su strategie consolidate. Statistiche, numeri, percentuali, calcoli, sono sempre più diffusi nel campo del sapere psicoterapeutico, dimenticando con ciò che non sono le tecniche, le regole scolastiche, il fattore che maggiormente assicura un esito positivo della terapia, bensì la particolare relazione terapeutica che si instaura fra paziente e terapeuta. Che non è una generica relazione, confusa, vaga, disancorata da un quadro di riferimenti teorici. E’ ovvio che un suo quadro teorico un terapeuta deve averlo in testa, che non sia però unicamente quello scolastico, ma sintesi anche, e forse soprattutto, di un modo di apprendere e di operare, di un’arte appresa con l’esperienza e con lo studio continuo.

La relazione terapeutica è un incontro fra due persone, ognuna con il suo modo di essere che li caratterizza e li distingue: il paziente che chiede aiuto per una sua sofferenza e un terapeuta cercato e identificato come capace di dare aiuto. E’ una relazione tipica di “attaccamento”, per cui il terapeuta è cercato come una “base sicura” a cui approdare da un paziente con difficoltà esistenziali, dopo aver esperimentato da solo di darsi delle risposte, ma anche per sentirsi aiutato nel suo innato bisogno esplorativo e conoscitivo di sè. E la relazione cresce sulla base di una fiducia reciproca e personale, sull’alleanza terapeutica, con cui assieme si definiscono i diversi ruoli che paziente e terapeuta hanno in funzione dello scopo da raggiungere, attivando così l’altro bisogno innato quello della cooperazione. E quando viene a mancare la fiducia si rompe la relazione, così si spiegano i fallimenti e gli abbandoni terapeutici, di cui purtroppo poco si parla in pubblico. Il paziente “sente” se è preso in cura nella sua specificità dal terapeuta, se il suo sintomo interroga il terapeuta o se invece si sente di essere un caso da trattare secondo “scienza” e pratiche terapeutiche consolidate e apprese nella sua scuola di appartenenza.

Ma il prendersi cura dell’altro non è un mestiere appreso scolasticamente, ma un sentire empaticamente l’umanità sofferente dell’altro, che non si impara in una scuola di psicoterapia. Non per niente Freud annovera fra i tre mestieri più difficili lo psicoterapeuta, oltre all’insegnante e al genitore.

Se l’altro che chiede aiuto è sempre unico, sempre un nuovo caso, sempre un altro sconosciuto, e per di più sconosciuto a se stesso, il terapeuta non può affidarsi preventivamente agli schemi precostituiti, ai manuali diagnostici specializzati, ai freddi test applicativi per capire chi è la persona che gli sta davanti e qual è la sua sofferenza. Ognuno con il suo equilibrio instabile.

Mi chiedo, e me lo chiedo continuamente, una persona può essere diagnosticata, essere definita secondo schemi psicopatologici sulla base di un suo personale star male? E quanta scienza c’è in tutto questo?

Il dubbio storico iniziale sulla definizione della psicoterapia, se scienza o arte pratica, si è alimentato con la crescita a dismisura di scuole e sottoscuole, ognuna con il suo maestro carismatico. Tutte con la pretesa di possedere la formula terapeutica risolutiva e tutte a promettere guarigioni sicure e tutte omettendo nelle comunicazioni ufficiali i fallimenti.

Io ho sempre avuto questo dubbio sulla scientificità della psicoterapia, in particolare sulla psicoanalisi, da quando lasciato il mio primo lavoro di insegnante per iniziare il secondo di psicoterapeuta. Mi era rimasta impressa in mente dagli studi liceali la convinzione di Guicciardini che “c’è scienza solo dell’universale e non del particulare”.

Di cosa si occupa la psicoterapia se non del “particulare”, dell’individuo, che è unico, che, anche se apparentemente vive lo stesso dolore, catalogato, diagnosticato secondo manuale psicopatologico, lo vive pur sempre in modo soggettivo, e non assimilabile a quello di altri. Ogni paziente ha un nome che esprime la sua identità, la sua storia, le sue relazioni, così come ogni studente ha un nome proprio. E per questo ho iniziato a chiamare i miei studenti per nome appena ho cominciato ad insegnare.

Infine una citazione del padre della teoria dell’attaccamento John Bowlby:

«Mentre alcuni terapeuti tradizionali potrebbero essere descritti come persone che adottano l’atteggiamento “io lo so, te lo dico”, la posizione che io sostengo è del tipo “tu lo sai, dimmelo”; la psiche umana è fortemente incline all‘autoguarigione. Il lavoro della psicoterapia è di fornire queste condizioni in cui l’autoguarigione possa meglio avvenire».

Rimane l’ascolto umile e la ricerca passionale del senso occulto del sintomo.

Solo a queste condizioni c’è una umanizzazione della cura, per cui l’altro non mi è estraneo, non è un cliente, un paziente, e il suo dolore è il mio dolore, il suo dolore ci accomuna.

La capra

Ho parlato a una capra. 
Era sola sul prato, era legata. 
Sazia d’erba, bagnata 
dalla pioggia, belava. 

Quell’uguale belato era fraterno 
al mio dolore. Ed io risposi, prima 
per celia, poi perché il dolore è eterno, 
ha una voce e non varia. 
Questa voce sentiva 
gemere in una capra solitaria. 

In una capra dal viso semita 
sentiva querelarsi ogni altro male, 
ogni altra vita. 

Umberto Saba
[da Casa e campagna, 1909-1910]