La mia vita si apriva così alla psichiatria – Eugenio Borgna

La mia vita si apriva così alla psichiatria   (titolo mio)

[…]  “La mia vita si apriva così alla psichiatria, la psichiatria che ha dato un senso alla mia laurea in Medicina, la psichiatria che non conoscevo se non attraverso i testi dei grandi psichiatri tedeschi, la psichiatria che mi si è manifestata nella sua ricchezza di esperienze umane di tristezza e di angoscia, di dolore e di accasciamento mortale, di nostalgia e di rimpianto, di attese e di speranze infrante. Nulla ho dimenticato degli anni (sono stati sedici, gli ultimi otto non più come primario, ma come direttore dei reparti femminili, che erano divenuti manicomio autonomo) che ho trascorso negli immensi locali del manicomio, e che mi hanno consentito di vivere accanto ai mondi della follia femminile. Mi sono incontrato con pazienti, giovani e non più giovani, le ascoltavo senza fine, cercando di cogliere le radici della loro sofferenza. Sono stati gli anni in cui ho potuto scrivere lavori di una psichiatria orientata ai contenuti emozionali della follia, mai slegata dall’ascolto e dal colloquio (noi siamo un colloquio: come diceva Holderlin), alla ricerca di una comunità di cura, e di una comunità di destino.

La prima parte della mia vita in psichiatria si è chiusa nel 1978, quando la legge di riforma cambiava radicalmente il modo di fare psichiatria, non più manicomiale, ma territoriale. Nei manicomi italiani la psichiatria era gelidamente farmacologica, immersa nelle acque oscure degli elettroshock e delle contenzioni, delle finestre e delle porte chiuse, e noncurante del mistero del dolore e dell’angoscia, della fragilità e della sensibilità, che fanno parte della follia

[…] In ogni caso, ho sempre considerato la cura in psichiatria come la espressione di emozioni e di attese, di speranze e di nostalgie, di discrezione e di saggezza, di prudenza e di pazienza, cose difficili e forse impossibili da trovare, e nondimeno da ricercare senza fine, in noi e negli altri da noi, perché senza di esse non c’è psichiatria umana e gentile, aperta all’ ascolto e alla relazione, alla comprensione della solitudine e del silenzio, e in fondo alla accoglienza del mistero, che inonda la vita, quando in particolare sia ferita dal dolore e dalla sventura, dalla sofferenza e dalla tristezza, dal desiderio della morte volontaria. Si fa sempre fatica, grande fatica, a rimeditare e a descrivere le esperienze lontane e vicine della nostra vita, che tendono a cambiare nel corso del tempo, e che nondimeno ci aiutano a ricostruire un passato che rivive nel presente, e nel futuro.

[…] Non sono mai stato accompagnato dalle illusioni delle certezze, che non hanno nulla a che fare con la vita, ma soprattutto con la psichiatria, che di certezze non può vivere, e che dalle certezze, dalle apparenti certezze, è stata mortalmente ferita, e continua ad esserlo anche oggi; ed è così facile non accorgersene, o fingere di non accorgersi.

Eugenio Borgna , Il fiume della vita, pagg 10-14  Feltrinelli

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 commento

Altra conferma alla mia impostazione psicoterapeutica, oltre a quella di Jung, (https://www.giuseppebasilepsicoterapeuta.it/la-psicoterapia-di-carl-gustav-jung/) mi viene da Eugenio Borgna, con questa sua pagina introduttiva del suo libro autobiografico Il fiume della vita, là dove afferma: “Non sono mai stato accompagnato dalle illusioni delle certezze”, e dalla ricerca scientista delle certezze ferme. Il senso della vita sfugge ad una possibilità di certezza inequivocabile, perché quello che è vero oggi, può non essere vero domani.

Non sfugge a questo destino la psicoterapia, d’altronde è la stessa storia della sua esistezna che lo testimonia, con il pullulare incessante di scuole teoriche e terapeutiche negli ultimi cinquant’anni, e gli stessi grandi psicoterapeuti non nascondono i limiti della scienza psicoterapeutica. Addirittura Borgna si spinge ad affermare che la pasichiatria di certezze non può vivere.

Rimane allora l’improvvisazione nella pratica psicoterapeutica? Certo che no! Una griglia teorica bisogna averla in testa per operare, una griglia però elastica, pronta ad essere integrata con altri contributi teorici, se ritenuti fecondi per la cura della persona che vive un dolore esistenziale. Prendersi cura dell’altro che chiede aiuto, è sempre un navigare in un mare sconosciuto, dove appunto le certezze prefabbrcate e l’affidarsi alle carte nautiche conosciute non servono. Servono prima di tutto esperienza e capacità di ascolto e di colloquio interpersonale, sottolinea Eugenio Borgna, e “una psichiatria orientata ai contenuti emozionali della follia, mai slegata dall’ascolto e dal colloquio”

Ascolto e colloquio senza trincee creano fiducia dell’altro che si affida a te, e sente di sentirsi accolto non per capacità tecnica e professionale, ma soprattutto per disponibilità etica verso chi soffre e chiede aiuto Questa è la condizione di base di una buona relazione terapeutica e quindi di una buona allenza terapeutica. La psicoterapia non può essere un mestiere, anche se richiede mestiere, e quindi ha un prezzo. Ma tante volte mi chiedo se l’ascolto del dolore, della soffrerenza esistenziale, può avere un prezzo, se se ne può quantificare la durata, un tanto al minuto e come il conteggiare il prezzo può influire sulla terapia, per cui questa diventa di fatto selettiva nell’ambito privato. Nella mia vita ho avuto la fortuna di aver svolto due mestieri, il primo quello di insegnante per circa trent’anni per cui non c’era l’affanno del guadagno, non si era pagati ad ora. Ho dato il massimo che potevo dare e fare, e in certe situazioni, quando ne riconoscevo la necessità, anche oltre. Ho cambiato mestiere non per noia ma per passione e, quando ho cominciato ad esercitare in proprio ho dovuto affrontare il problema della quantificazione dell’ascolto dell’altro che sentivo improprio. L’ho risolto a modo mio, tariffa elastica con un minimo (gratis) e un massimo a seconda delle possibilità del paziente, e soprattutto tempo lungo della seduta non contingentato dallo scorrere dell’orologio. Ma mi sono sentito accusato che così facendo squalificavo il lavoro professionale.