La morte del prossimo di Luigi Zoja

Luigi Zoja

La morte del prossimo

Ama il prossimo tuo come te stesso. Io sono il Signore.

Levitico II 9. 18.

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso.

Luca 10.27 (Matteo 22.36-40; Marco 12.28-31).

 

Ama Dio e ama il prossimo, diceva il comandamento.

Ma già per Nietzsche Dio era morto. E il prossimo?

Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale.

Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico.

Il comandamento si svuota. Perché non abbiamo nessuno da amare

 

Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso.

Alla fine dell’Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto.

Passato anche il Novecento, non è tempo di dire quel che tutti vediamo? E’ morto anche il prossimo.

Abbiamo perso anche la seconda parte del comandamento perché sappiamo sempre meno di cosa parla. «Il tuo prossimo» è una cosa molto semplice: la persona che vedi, senti, puoi toccare. La parola ebraica réa’ nel Levitico, e quella greca plesios, nel Vangelo di Luca, vogliono dire proprio questo: l’altro che ti sta vicino. Sia la Bibbia che i Vangeli sinottici non indicano un prossimo astratto, ma il tuo prossimo: quello che ti sta vicino, su cui puoi posare la mano. Tommaso non crede che Gesù sia tornato: vuole prima vederlo e toccarlo (Giovanni 20,25).

La vicinanza è sempre stata fondamentale. Per questo l’avvicinamento era protetto da riti quasi sacri: il passaggio dal «lei» al «tu», quello dalla stretta di mano all’abbraccio. Spesso gli immigrati ci fanno paura perché, parlando male la nostra lingua, danno subito del tu: sembrano invadenti, vengono troppo vicino.

[…] Cristo non ha modificato il comandamento ebraico: ma ha legato Dio e il prossimo, rendendo assoluto anche l’amore per lui. L’Antico Testamento riguardava i fedeli di Jaweh, non gli altri popoli. La novità del cristianesimo, generosissima ma astratta, è trasformare in prossimo anche l’abitante più lontano della Terra. L’amore gli è comunque dovuto: ecco la radice antica di idee moderne come i diritti universali dell’uomo o l’affirmative action. Il Vangelo di Luca sa di non dire una cosa incomprensibile, quando traduce in greco (cioè snazionalizza) la verità ebraica: già da sette-ottocento anni, l’Odissea esprimeva qualcosa di simile (VI, 207-8). «Vengono tutti da Zeus – cioè, per i Greci, dal corrispondente di Dio Padre – gli ospiti e i poveri.

[…] Donando al prossimo, amando il prossimo, noi rendiamo il dovuto anche a Dio. L’uomo giusto porta ogni giorno offerte a Dio e al prossimo. Per millenni il mondo ebraico-cristiano si è retto su questi due pilastri.

Ma la società di oggi è laica. Alla fine dell’Ottocento, il grido sconvolgente di Nietzsche si è sparso sulla Terra: «Dio è morto». Anche chi non ama Nietzsche ha dovuto riconoscerlo come profeta: durante il Novecento, nel mondo ebraico-cristiano le persone religiose da maggioranza sono diventate minoranza. E, anche per questa minoranza, la fede è diventata soprattutto un fatto privato, come la scelta di una filosofia, di una convinzione politica, addirittura di un amore.

La società retta da due pilastri non ha avuto più equilibrio da quando uno è crollato. La morte di Dio ha svuotato il cielo. Ma niente resiste al risucchio del vuoto. Lo spazio celeste è stato riempito con l’assunzione dei miracoli della scienza e dell’economia fra le divinità, con l’elevazione alle stelle del desiderio personale.

Continuiamo ad aver bisogno di adorare qualcuno, ma il posto di Dio è preso dall’uomo e dalle sue opere. Insieme, sono elevate a modello e scopo per gli altri uomini. L’uomo ideale è trasfigurato, divinizzato. Di conseguenza, non è più un uomo vicino. Non è più una vista: è una visione. Ecco l’origine del culto delle persone famose, delle celebrities. Naturalmente le persone vicine continuano a esistere, ma la loro banale imperfezione le rende più estranee di un tempo.

Col volgere del secolo XX in secolo XXI cede in modo irrimediabile anche il secondo pilastro del comandamento: l’uomo metropolitano si sente sempre più circondato da estranei. E dunque tempo di pensare al sequel di Nietzsche, e dirci apertamente che è scomparso anche il prossimo. I tempi seguenti alla «morte di Dio» sono stati a volte detti post-teologici o post-religiosi. Per quelli attuali non si è ancora trovato un nome. Una sgradita possibilità sarebbe il post-umano».

Luigi Zoja –La morte del prossimo 128 pag., 10,00 € – Edizioni Einaudi 2009

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Commento

Pagina, riletta a dieci anni di distanza nello scenario sociale attuale, testimonia l’avveramento di una doppia profezia: la morte di Dio e la morte del prossimo.

Non si può non riconoscere la verità dell’affermazione dello psicoanalista Luigi Zoia, che cioè dopo la morte di Dio, profetizzata da Nietzsche, anche il comandamento dell’amore del prossimo si è affievolito. Con il tempo e con il passare dei secoli il prossimo come l’altro da amare è sempre più lontano e sempre più astratto. Siamo pronti a commuoverci per le vittime lontane delle guerre, delle ingiustizie, delle povertà, delle migrazioni, ma restiamo indifferenti, ciechi, sordi verso chi bussa alla porta, ti chiede aiuto o comunque per varie ragioni sta accanto a te. Facciamo sempre più fatica a riconoscere il mio prossimo nell’altro in carne e ossa che mi sta accanto, e non solo perché bisognoso o straniero o mendicante, figure stereotipate identificate come prossimo, ma anche del prossimo silenzioso che non ci chiede niente e ci sta vicino, che magari aspetta un segno, un gesto di una vera vicinanza. Da qui il paradosso di ripetere una formula, ama il prossimo tuo (ognuno ha il suo prossimo) come te stesso e nello stesso tempo identificarlo con chi è lontano o lontanissimo o astratto. Qui sta il limite, almeno il mio limite, di non accorgersi della richiesta silenziosa perché distratti da mille cose da fare, incapaci di fermare il tempo, e con il prossimo sempre più solo. Ci stiamo disabituando alla capacità dell’ascolto dell’altro, ma anche all’ascolto di noi stessi, estranei con l’altro e con noi stessi.

Non mi stanco mai nel mio lavoro di psicoterapeuta di puntualizzare, nella prima consultazione gratuita di reciproca conoscesenza, che il tempo terapeutico della seduta è un tempo lungo, un tempo sospeso per almeno due ore impegnato nell’ascolto reciproco, che è un tempo privilegiato, che non ha una durata prestabilita da regole professionali. Il paziente in quel momento è soprattutto il mio prossimo che chiede di essere ascoltato in una relazione di vicinanza. Quando arriva il momento, se arriva, della buona fine della terapia, da qualche anno mi piace concluderlo con un rito, il rito dell’amicizia, che riduce la distanza dei ruoli. Celebriamo il rito con una cena in casa sua e con la sua famiglia, e da quel momento passiamo dal lei al tu. E se da lì in avanti avesse ancora bisogno di ascolto sono sempre pronto e disponibile, ma non come terapeuta, ma come amico che ascolta un altro amico, recuperando così l’umano che è in noi, la prossimità.

Ma ritornando al comandamento dell’amore del prossimo, questo comandamento prescrive due doveri: ama il prossimo e ama te stesso. Il dovere dell’amore al prossimo è quello più conosciuto e quello più predicato e raccomandato nella millenaria pratica cristiana.

Poco invece si dice del dovere di amare se stessi, come te stesso, e il come implica una priorità. Invece l’amare se stessi nella cultura popolare e psicologica è conosciuto con una connotazione negativa e patologica rappresentata dal mito di Narciso.

Quale verità è racchiusa in questo dovere di amare se stessi, al punto che senza amore verso se stessi, non c’è amore verso il prossimo? Perché e come dobbiamo amarci? Forse il tutto si può tradurre con il prendersi cura di sè. Proprio perchè il contenuto non è esplicitato, ognuno può ricercare e trovare le sue verità e il suo modo di prendersi cura di sè+.

Io credo che si ama se stessi se salvaguardiamo il rispetto di noi stessi a qualunque costo e se pretendiamo il rispetto dagli altri. La mancanza di rispetto è una ferita al nostro Io, alla nostra identità. Amare se stessi è avere stima di se stessi, accettare se stessi per come si è, per quella parte positiva che c’è in ognuno di noi e per i limiti che ognuno si riconosce. Riconoscersi e accettarsi di essere limitati e fragili, di essere bisognosi degli altri, di non bastare a se stessi, di non essere onnipotenti, è una dote, una ricchezza. Solo così io posso amare il mio prossimo, anche lui bisognoso, ma anche lui con il suo valore, anche se non si vede, e con-dividere quello che ho. Ma se sono vuoto e povero nell’animo, non posso donare, amare l’altro.

Altrimenti sarà compassione, pietà,  commiserazione,  ma non amore.

4 Risposte a “La morte del prossimo di Luigi Zoja”

  1. grandissima descrizione di quello che ci resta…. poco se guardiamo un certo tipo di società, moltissimo se riflettiamo in noi stessi e capiamo bene il messaggio che Recalcati affronta per ognuno di noi, di grandissimo spessore umano oltre che sociale…. tutti quelli che sentono di condividere questo messaggio, dovrebbero con coscienza applicare tutte le forme che dentro ognuno di noi, con differenze culturali, ma sopratutto valori che sopravvivono, innati nel nostro essere, cercare di fare qualcosa nel proprio giro di famigliari, conoscenti, amici … dove e come meglio può ! e l’unione come sempre, farà la forza morale …. viva la voglia di vivere !

  2. Franco Morelli
    Raccontata così sembra che in passato il mondo fosse il paradiso in terra. Dall ‘inizio della storia è stato tutto un massacro ,una prevaricazione, fatta di guerre conquiste stermini di vario genere ,fame miseria pestilenza, malattie e questo quasi sempre scaricato sui poveri.
    È solo cambiata la tecnica ,ma l’uomo è sempre quello .
    Forse siamo fortunati perché in Europa sono 70 anni che non vediamo una guerra, e ci sembra una cosa impensabile.

  3. Franco Morelli, non mi pare che Luigi Zoja voglia fare l’esaltazione del tempo felice del passato, ammeso che ci sia stato questo tempo. E non perché ci fossero gli dei a tutelare una buona società. Anzi stando al racconto biblico la storia umana inizia con la trasgressione di un divieto divino e la punizione e la condanna e la cacciata dal paradiso terrestre: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai”. Non si predica una umanità felice, comincia tutto con un delitto e un delitto fra fratelli, con tutto quello che ne seguirà di uccisioni e guerre continue. Nulla di nuovo quindi sotto li sole.
    Ma a me pare che comunque l’interesse di Zoja è quello di porre l’attenzione e la riflessione sul bisogno di fratellanza e prossimità nella nostra società umana per essere più umani conividendo il dolore del vivere. A meno che non si voglia condividere la filosofia del filosofo inglese, Hobbes, secondo cui la natura umana è fondamentalmente egoistica, tesa a raggiungere come suo scopo unicamente il proprio benessere e interesse, spinta dall’stinto di sopraffazione, negando la pssibilità di un amore naturale verso il prossimo: Homo Homini lupus (L’uomo è lupo per l’altro uomo) era la sua masssima.

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