12. L’amore del padre

Scena quarta 2 (Lc 15,28-32)

Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici.  Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 

Gli rispose il padre: “O Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Appena saputo che il figlio maggiore era arrabbiato e che non voleva entrare a partecipare alla festa in onore del fratello, il padre sente la sofferenza del figlio ed esce, facendosi umile, a convincere il figlio ad entrare. Avrebbe potuto servirsi della sua autorità, del suo potere genitoriale e pretendere la partecipazione del figlio arrabbiato alla festa del fratello. Certo che avrebbe potuto, ma con quale risultato? Una adesione ad un comando, ad un ordine, con il rischio di una rottura definitiva non solo del legame di fratellanza, ma anche di quello filiale.

Ma è un padre che ama entrambi i figli, anche se non allo stesso modo, e desidera la ricomposizione di una rottura, di un riconoscimento che anche se si è diversi, fratelli e sorelle, ognuno con il suo modo di essere specifico appartiene ad una storia familiare condivisa, in cui ognuno è quello che è perché è figlio e figlia degli intrecci relazionali visibili e invisibili che fanno l’identità familiare e l’identità individuale.

Però è vero che assistiamo nelle nostre famiglie a divisioni prima impensabili, a silenzi sordi perenni, ad allontanamenti senza una apparente ragione e a volte ad una guerra sotterranea senza fine fra fratelli e sorelle.

Vero, e non so se è questa la norma, rimane il fatto che in un tempo in cui si allentano i legami familiari, il valore dell’appartenenza, se coltivato e tenuto vivo, rassicura contro il rischio della solitudine e dell’anonimato della identità. Sapere di essere pensati da qualcuno che ti ama, con cui hai condiviso strettamente una parte della vita e che senti che è disponibile nel bisogno, è una grande consolazione.

Per tutto questo il padre esce e va verso il figlio ferito nel suo orgoglio. “Bisognava far festa”, era un dovere, non tanto per fare una festa qualsiasi, come se ne fanno tante per ogni occasione. Questa era un’occasione speciale, un figlio/fratello che si era perso, era morto, scomparso dall’orizzonte dello spazio familiare ed è rientrato nella famiglia con un’altra identità, con un’altra vita, con il desiderio di ritrovare e riassaporare l’appartenenza familiare.

Nessuno è immune dalle cadute nel cammino della vita, sembra voglia suggerirgli il padre, potrebbe capitare anche a te e anche tu potresti aver bisogno di una mano fraterna che ti aiuti a rialzarti. Per questo riconoscimento del valore familiare facciamo festa. È fuor di luogo la gelosia e l’invidia. Nessuno fa differenza di trattamento, non la fa il padre, non è una questione su chi ha di più e chi ha di meno, non è una questione di quantità. Ma è una questione di vita e di amore, anche se ci scopriamo diversi, individui non assimilabili a nessun altro. La verità è che siamo fratelli e sorelle diversi fin dalla nascita, è l’ambiente che ci cambia, e la nostra storia è un cambiamento continuo nella diversità, anche se a volte non ce ne rendiamo conto.

Nessun genitore ama i figli e le figlie allo stesso modo, è impossibile. L’amore non è una unità di misura standardizzata