La classe viva Aldo Becce

L’insegnante orienta il proprio desiderio come un’antenna parabolica.

Non tutti hanno voglia di collegarsi. Non siamo tutti uguali.

Storie diverse, uniche portano ad occupare il posto dell’allievo.

Ci sono allievi che non riescono ad ascoltare perché non possono imparare niente, perché non vogliono ricevere niente dall’adulto, non siedono al loro tavolo. Sono allievi contratti, chiusi, irrigiditi la cui presenza in aula ha l’obbiettivo di dimostrare l’impossibilità dell’insegnante di trasmettergli qualunque cosa. È un braccio di ferro che si porta dalla propria storia e che blocca l’insegnante in una presa asfissiante.

L’insegnante risponde allo specchio, punendo, sottolineando l’impossibilità di ogni apprendimento oppure, ignorando la presenza del sabotatore.

Sono allievi feriti, addolorati.

L’insegnante ha come compito fare parlare la ferita, trasformare il dolore in sapere, la certezza in una nuova domanda.

Agli allievi feriti piace molto organizzare delle contro lezioni, fatte di rumori, commenti, risate, frecciate indirizzate al discorso dell’insegnante. Se l’insegnante abbocca ne vediamo delle belle.

Altri allievi sono spenti, privi di desiderio, trascinati dalla marea del gruppo ma senza una parola propria che li rappresenti. Si tratta di un vuoto essenziale che si nasconde dietro all’esecuzione degli atteggiamenti minimi ed essenziali che si aspettano dall’allievo.

Alcuni allievi si agitano in modo incessante alla ricerca disperata dello sguardo dell’insegnante. Si tratta di allievi che hanno bisogno della considerazione particolare per sostenersi in una posizione di privilegio poiché senza questa posizione pensano di sparire nel nulla.

Nella classe viva, ognuno gioca la propria posizione nella scacchiera sociale.

Non si tratta quindi di trattenere le manifestazioni, livellare gli umori, insegnare l’arte di contenere le proprie emozioni.

Si tratta di far emergere i soggetti perché è l’unico modo per conoscere le persone.

Quasi che l’argomento d’insegnamento sia un pretesto per incontrarsi.

Incontrarsi.

Il percorso pedagogico come una camminata.

Ma come può mostrarsi l’allievo se l’insegnante si nasconde parlando con la voce lontana della lezione ripetuta all’infinito?

Perché dovrebbe chiedere qualcosa l’insegnante all’allievo se non gli ha dato niente di se stesso?

Incontrarsi.

Quindi nella classe viva Prima dare Dopo chiedere

4/Epilogo

Rispetto alla potenza dell’incontro con l’insegnante ne è testimonianza una storia che mi è accaduta:

Quando avevo dodici anni avevo delle simpatie per il nazismo. Cercavo certezze e uniformità, mi sentivo troppo solo, mi mancava una fidanzata, un gruppo e sono andato a cercare un’ideologia dove si potevano vedere tante persone assieme. Un’ideologia totalitaria che pensavo potesse rispondere alle mie (tante) domande di primissima adolescenza. La mia simpatia non andò oltre che dichiararmi simpatizzante nazista, senza mai aver letto nulla, senza mai aver approfondito nulla (del nazismo o di qualsiasi altra cosa in quell’età).

Come segnano gli incontri, soprattutto nell’adolescenza! Facevo Teatro e alla fine di ogni prova era abitudine tornare camminando insieme allo scenografo, una persona di una grande cultura, intelligente e sensibile. Quella volta ascoltò la mia dichiarazione, la mia adesione vuota a un’ideologia. Non si fermò a casa sua (lui abitava molto vicino al teatro), continuò a stare al mio fianco, accompagnandomi fino a casa mia, ascoltandomi con attenzione e interrogandomi. Non ricordo esattamente cosa mi disse nel tragitto, sicuramente mi parlò degli orrori provocati dall’attuazione di questa ideologia, dei milioni di morti, dei campi di sterminio.

Avrà detto qualcosa del tipo “sei ancora molto giovane, rifletti!” So soltanto che la mia adesione, la mia identificazione, la mia infatuazione a un ideale, da quel incontro in poi si sciolse come neve al sole. Credo che l’effetto di svolta che provocò quel incontro su di me, non sia stato dato solo dalle sue parole, bensì del fatto che non si sia fermato a casa sua come faceva sempre.

Come avevo detto

Pedagogia, Pais (= fanciullo) e Agogòs,(= accompagnare). Accompagnare il fanciullo.

***   ***   ***

Commento

Cedo al bisogno nostalgico trasferito all’oggi.

Sono stato in tante classi e in ognuna ho sempre visto l’eterno, eterogeneo miscuglio di presenze e ognuna con la sua peculiarità di vita, di storia, di passione, di mancanza. Ho fatto quello che ho potuto facendo i conti anche con le mie insufficienze, scoprendomi uno stile inimmaginabile prima. Ho dato ascolto a tanti, non a tutti purtroppo, a quelli con cui c’è stato uno scambio, per cui si rende possibile un incontro e un cammino anche dopo. Non mi sono tirato indietro di fronte ad una richiesta di aiuto, anche se intuita. Per capirla mi bastava allenare l’attenzione per poi dare ascolto. Non mi trinceravo dietro il finto dovere professionale dell’insegnare e del valutare, come se gli alunni fossero oggetti da pesare con il bilancino scolastico. Non nascondo il piacere che provo quando casualmente incontro alunni, magari non più riconosciuti, che mi si presentano in maniera diversa per testimoniarmi affetto e ringraziamento per quanto ho fatto o detto per loro.

Ho cambiato lavoro, mi occupo ancora di persone toccate dalla sofferenza. Anche con questo lavoro, se prima necessariamente ho fatto l’alunno accompagnato dallo schiavo greco sapiente e poi il maestro di me stesso, continuo ad operare con il bagaglio prezioso accumulato nella professione scolastica, trasferibile proficuamente nella professione di psicoterapeuta.

Anche qui rifuggo dalla valutazione diagnostica, descrittiva, meticolosa (le persone non sono oggetti da pesare) perché fuorviante, perché non mi fa incontrare la persona, ma una categoria di appartenenza, perché così si corre il rischio di incasellare, piuttosto che costruire una relazione autentica con l’altro che mi chiede aiuto.

Piuttosto specifico innanzitutto chi sono e cosa posso fare, non ho bisogno di nascondermi dietro falsi miti di credibilità, la mia età è la mia credibilità.

Spiego in cosa consiste il lavoro: essenzialmente in una camminata, quanto lunga non si sa, dipende dalle risorse che ho io e che ha l’altro che si accompagna con me. E lungo il cammino, non sempre lineare, si parla, ci si interroga, si sbrogliano matasse, nodi liberatori. Questo è l’incontro, sapere che si cammina accanto con una persona rassicurante. Almeno, questo è quello che spero.

GB