5. Allora rienrò in se stesso


Scena seconda 1 (Lc 15, 14-20)

…. e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! ”

 

commento

Il figlio minore se ne va senza rimpianti né del padre, né del fratello, né della madre, e ancor meno del luogo, della comunità in cui è cresciuto e vissuto. Fa il deserto dentro di sé, solo con se stesso e con la sua illusione. Alla fine si ferma dopo tanto andare in un paese abbastanza lontano, dove è sconosciuto fra sconosciuti. Ma l’uomo non è fatto per stare solo, ha bisogno di relazioni, di comunità, di amicizie, di amore, tutte cose che non si acquistano a buon mercato, ma si costruiscono lentamente con la fiducia, con la stima. Invece “sperperò le sue sostanze” follemente per acquistare a caro prezzo quello che non si può acquistare, fino a perdere e a perdersi.

Arriva la carestia, la mancanza, il bisogno, la solitudine, spariscono il chiasso assordante dei festini e le false promesse. L’illusione cede il posto alla realtà, che è minacciosa, se si è soli. Così non trova di meglio che andare a pascolare i porci in una condizione di degrado morale. Non si riconosce più il figlio del padre, né il falso adulto che avrebbe voluto essere e che è stato per un attimo. Si sente alienato, senza identità, naufrago sopravvissuto in cerca di approdo.

“Inizia una nuova storia, imprevista e non programmata. Il giovane figlio ha bandito dai suoi pensieri la nozione stessa di bisogno come
privazione di qualcosa. Egli ha una sola ed esclusiva esigenza: lasciare la casa del padre per affrancarsi da ogni forma di dipendenza e da ogni bisogno. Il suo bisogno di affrancarsi dall’affetto del padre, che considera opprimente, diventa il motore della sua vita che egli immagina roseo, spensierato e senza problemi economici. Se c’è uno che non ha bisogno di alcuno è proprio lui: ha «tutto» con sé ed è sufficiente a se stesso. Non ha bisogno di alcuna dipendenza, nemmeno quella affettiva perché egli compra le parvenze di amore e paga le prostitute. Egli deve andare lontano; il suo desiderio di libertà non nasce dal suo cuore, ma si misura con il metro della distanza. Più si allontana dalla sorgente della vita, più s’illude di trovare la pienezza di vivere. Tutto sacrifica per questo miraggio: padre, fratello, casa, amici, terra, religione.” (Farinella –Il padre che fu madre, pag. 138)

Sopravviene in aiuto la solitudine e il silenzio, che se ascoltati sono buoni consiglieri. Basta fermare il tempo per ritrovarsi, “rientrò in se stesso”. È il della riflessione, il tempo lento del fare i conti, ma non del troppo lento dell’immobilità, ma quello della lentezza necessaria per prendere una sana decisione, del “festìna lente” latino, che tradotto in ammonimento significa: “prendi tutto il tempo che vuoi, ma poi decidi e passa all’azione”. Se ha sbagliato gravemente una volta, non può permettersi di sbagliare una seconda volta sulla scelta da fare. Allora “rientrò in se stesso” per far tornare i conti, che sono subito fatti: quello che ha fatto non è degno di un figlio, sente falso, ingiusto, quel “dammi” preteso allora dal padre, non merita compassione e capisce di non meritarla, si accontenta di poter essere un servo, uno dei tanti, presenti nella casa del padre e senza privilegi, compare la speranza della certezza e della riscoperta che il padre è buono e che ama, non ritira la mano a chi la richiede, che non lascia la porta chiusa, se sente battere. Di questo ora è certo, cessati i rumori assordati, emerge dalla sua memoria una immagine del padre dimenticata e soppressa, quella del padre buono, la figura del padre amorevole

Così pensiero dopo pensiero lentamente emerge una nuova figura di figlio che si fa umano, che riconosce il proprio limite, l’illusione della falsa onnipotenza, la ferita della caduta, e che da solo è incapace di rialzarsi se non si affida alla mano dell’altro che si offre. Non ha vergogna di gridare e chiedere aiuto, e soprattutto chiedere perdono: è questo l’inizio del cambiamento. Ecco alla fine la decisione: “Mi leverò e andrò da mio padre”. Fine della riflessione e la fretta di passare all’azione, non ci sono tentennamenti, non si volta indietro preso dal dubbio, “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Luca 9.62).