Commento al cap. Noi con loro a scuola – di Massimo Ammaniti

Commento al cap. Noi con loro a scuola di Massimo Ammaniti

 Ho letto queste pagine, lo confesso, con attenzione, piacere, nostalgia, ma anche con rammarico. Nostalgia di un passato che mi appartiene e che è vivo nel presente. Nel 2017 nel silenzio ho fatto i miei 50 anni di attività lavorativa, divisa a metà fra quella di insegnante e quella di psicoterapeuta, che continuo ancora, finchè la mente regge.

Essere stato insegnante per me è stata una passione e una necessità.

Una necessità, perché allora, alla metà degli anni sessanta, i giovani adulti terminati gli studi non vedevano l’ora di rendersi autonomi e autosufficienti, e avendo fatto filosofia, l’insegnamento era l’unica mia possibilità, anche se la speranza era altra.

Una passione scoperta, perché nonostante l’ammonimento datoci dall’insegnante di matematica negli ultimi giorni prima dell’esame di maturità liceale e della scelta universitaria: “Mi raccomando, ragazzi, tutto fate, fuorché l’insegnante”, tanto misera doveva essere allora il mestiere dell’insegnante. Invece dal ’67 anno del mio primo incarico, anno dopo anno mi sono sentito realizzato, avevo un buon rapporto con gli alunni, con i genitori mostravo molta disponibilità e sentivo che loro mi apprezzavano. E ogni mattina andavo con piacere a scuola. C’erano le condizioni per lavorare assieme, ognuno con la sua responsabilità educativa, verso lo stesso obiettivo, favorire lo sviluppo e la crescita critica degli alunni e dei figli.

Così fino a quando mi sono accorto che l’entusiasmo, la vitalità, la passione non erano più quelli di prima, ho deciso senza pensarci due volte di lasciare la scuola per cimentarmi con la nuova professione di psicoterapeuta, con passione rinnovata, avendo la laurea di Psicologia da più di dieci anni.

La descrizione della scuola, degli alunni, dei genitori che ne fa oggi Ammaniti non è più purtroppo quella di allora, anche se ne avevo visto i segni di un cambiamento. Non che allora, erano gli anni del ’68, la scuola era un luogo tranquillo, anzi luogo di contestazione e di cambiamenti radicali, c’era scontro ma nel confronto, desiderio di apprendere e conoscere. Per me giovane insegnante il modello di insegnamento era fare l’opposto di quello che avevano i miei insegnanti, tranne quello dell’insegnante “preferito”, che ogni alunno ha avuto nella sua storia scolastica. Vita nuova si cominciava a respirare in quegli anni nelle aule scolastiche.

Nel giro di pochi decenni è avvenuto nel tessuto sociale, familiare e scolastico un cambiamento involutivo, lento, silenzioso, dovuto ad una abdicazione di responsabilità educativa. È invalsa la prassi del lasciar correre, di evitare lo scontro, e non porre freni al falso desiderio. Dimenticando che cioè sia in famiglia sia a scuola il processo educativo vero avviene nello scontro con alcuni no significativi e dati con autorevolezza. Saremmo cattivi genitori se non fossimo capaci di mettere un confine che definisce lo spazio dell’essere genitore e quello dell’essere figlio. Se confine non c’è, o è labile, o non lo si rivendica, la relazione genitore-figlio, rischia di diventare confusa nei ruoli o addirittura patologica se si arriva all’inversione dei ruoli, cioè quando è il figlio che ha più potere del genitore. Beninteso non si tratta di un semplice e autoritario esercizio del potere fine a sé stesso, ma chi ha più libertà (potere) di definire sé stesso e definire l’altro con cui si è in relazione, del Chi sono io e del Chi sei tu, del Chi sono io per te e del Chi sei tu per me.

Un ricordo esemplificativo.

Negli anni della partecipazione scolastica, della concessione agli alunni del diritto di assemblea di classe ( non so se c’è ancora) durante le ore scolastiche, regolamentato nei tempi, con richiesta scritta al preside, era altrettanto richiesta la firma obbligatoria dell’insegnante di turno. Se nei primi anni avevano un senso, un valore partecipato, con il tempo quelle assemblee si erano trasformate in due ore di far niente e di riposo o di assenze, prassi tollerata da tutti. Ebbene ad un certo punto mi son preso la responsabilità di rifiutare la mia firma alla richiesta, con conseguente grande meraviglia, stupore, incredulità dei miei alunni che proprio io, l’insegnante che ai loro occhi apparivo l’insegnante, tollerante, innovativo, comprensivo, rifiutasse la concessione dell’ora di lezione per permettere l’assemblea. Da quel no sistematico ogni volta si apriva una dialettica sul perché del mio rifiuto e sul mio diritto riconosciuto dalle norme a dire di no. Alla fine invitavo i rappresentanti di classe a protestare con il preside per il mio rifiuto, cosa che non facevano mai, ricorrendo piuttosto alla facile soluzione di richiedere l’ora ad un altro insegnante più malleabile o disinteressato al problema educativo. Non so se i miei alunni hanno mai capito il senso di quel no, che era un modo per far prendere coscienza e responsabilità dell’esercizio di un diritto, che se calpestato, va fatto valere, se convinti, fino in fondo, anche se costa.

Qualche anno fa su invito, di una mia alunna, divenuta anche lei insegnante in una scuola superiore, ho accettato con entusiasmo e desiderio di ritornare nelle aule scolastiche e mi sono lasciato tentare di far parte di un progetto scolastico finalizzato fornire alcune indicazioni utili per la conoscenza del mondo della psicologia. Mi sono trovato davanti ad un piccolo gruppo di ragazze disinteressate a qualsiasi argomento proposto, tutte intente a smanettare con gli smartphone o chiacchierare. Sembrava che fossi capitato lì per caso e non su invito dell’insegnante all’interno di progetto formativo della scuola. Deluso e sofferente, ma non rassegnato, ho scelto io un argomento vitale per una futura professione o per chi esercita il mestiere di genitore, La relazione di Attaccamento, annunciando che alla fine avrei fatto una doverosa verifica scritta per una valutazione prevista dal progetto. Mugugni, meraviglia, incredulità, sono emersi, ma ho tirato dritto col massimo impegno fino alla fine. Al momento della verifica, tutte furtivamente impegnate a sbirciare sui loro smartphone, e io a passare fra i banchi, finto guardiano della regolarità dello svolgimento della prova. E alla lettura degli elaborati, una copiatura generalizzata con copia-incolla da internet.

Sconsolato, mi sono ripromesso di non mettere più piede in un’aula scolastica.

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