L’arte erotica (e inaspettata) della fedeltà di Massimo Recalcati

Il tempo ipermoderno sputa sulla fedeltà inneggiando una libertà fatta di vuoto. Tutto ciò che ostacola il dispiegarsi della volontà di godimento del soggetto appare come un residuo moralistico destinato ad essere spazzato via da un libertinismo vacuo sempre più incapace di attribuire senso alla rinuncia. Il principio si applica tanto ai legami con le cose quanto, soprattutto, a quelli con le persone.

Non è un caso che nel nostro paese la fedeltà sia stata recentemente considerata dai legislatori come una forma arcaica del legame amoroso al punto da volerla sopprimere negli articoli del Codice che normano le unioni civili e quelle matrimoniali. Perché evocare inutilmente un fantasma anacronistico reo di aver pesato come un macigno inutile sulla libertà affettiva e sessuale delle vite umane? Meglio liberarsene come di un tabù decrepito dalle armi desolatamente spuntate, come un ferro vecchio che non serve più a niente.

Oggi è il tempo del “poliamore”, della libertà senza inibizioni, della curiosità sperimentale, dell’esperienza senza vincoli, della morte dell’amore pateticamente romantico e dell’affermazione, al suo posto, dell’amore narcisistico che rende l’aspirazione degli amanti al “per sempre” una farsa o una ingenuità bigotta di qualche credulone, o, peggio ancora, una catena repressiva alla nostra libertà di amare che deve essere finalmente spezzata.

Anche l’elevazione della fedeltà ad un rango superiore a quello della mera fedeltà (sessuale) dei corpi, teorizzata, non a caso, soprattutto dagli uomini, tradisce, in realtà, la stessa difficoltà a concepire un legame capace di durare nel tempo senza essere necessariamente mutilato nella spinta del desiderio. Sembra un insegnamento fatale dell’esperienza: più una relazione dura nel tempo più il desiderio erotico si infiacchisce e necessita di nuovo carburante, o, meglio, di dopamina. Le neuroscienze lo confermano senza incertezza: il cervello per mantenere animato il desiderio deve essere dopato dall’eccitazione proveniente da un nuovo oggetto. L’anima, forse, si pensa, può restare fedele, ma non lo si può chiedere al corpo la cui spinta erotica non deve conoscere vincoli.

Il problema è che il nostro tempo non è più in grado di concepire la fedeltà come poesia ed ebbrezza, come forza che solleva, come incentivazione, potenziamento e non diminuzione del desiderio, come esperienza dell’eterno nel tempo, come ripetizione dello Stesso che rende tutto Nuovo. Il nostro tempo non sa né pensare, né vivere l’erotica del legame perché contrappone perversamente l’erotica al legame. È un assioma che deriva da una versione solo nichilistica della libertà: la libertà dell’amore – come la libertà in generale per l’uomo occidentale – deve escludere ogni forma di limite, deve porsi come assoluta. In questo senso la fedeltà diviene un tabù logoro che appartiene ad un’altra epoca e destinato ad essere sfatato. Quello che l’ideologia neo-libertina del nostro tempo però non vede è che ogni forma di disincanto tende, come spiegarono già Adorno e Horkheimer in Dialettica dell’illuminismo, a ribaltarsi nel suo contrario. Il culto del poliamore, della libertà narcisistica, la polverizzazione dell’ideale romantico dell’amore porta davvero verso una vita più ricca, più soddisfatta, più generativa? La clinica psicoanalitica ci consiglia di essere prudenti: la ricerca affannosa del Nuovo spesso non è altro che la ripetizione monotona della stessa insoddisfazione.

Il punto è che il nostro tempo rischia di smarrire ogni possibile sguardo sulla trascendenza, sull’altrove, anche di quella che si dà nell’esperienza assolutamente immanente dei corpi. Perché non esiste amore se non del corpo, del volto, della particolarità insostituibile dell’Altro. L’ideale della fedeltà può diventare – come lo è stato per diverse generazioni – una camicia di forza che sacrifica il desiderio sull’altare dell’Ideale divenendo dannosa per la vita. Quando questo accade è bene liberarsene al più presto.

Ma l’esperienza della fedeltà, vissuta non in opposizione alla libertà, ma come la sua massima realizzazione, offre alla vita una possibilità di gioia e di apertura rare. Quella che scaturisce dall’esperienza di rendere sempre Nuovo lo Stesso: la ripetizione della fedeltà rivela infatti che giorno dopo giorno il volto di chi amo può essere, insieme, sempre lo Stesso e sempre Nuovo. Mentre il nostro tempo oppone lo Stesso al Nuovo, il miracolo dell’amore è, infatti, quando c’è, quello di rendere lo Stesso sempre Nuovo. Accade anche nella lettura dei cosiddetti classici. Lo diceva bene Italo Calvino: quando un libro diventa un classico se non quando risulta inesauribile di fronte ad ogni lettura? Quando la sua forza non si esaurisce mai, ma dura per sempre eccedendo ogni possibile interpretazione? E non è, forse, la fedeltà (ad un amore, ad un autore, ad un’idea) un nome di questa forza? Non è la fedeltà ciò che ci spinge a rileggere lo stesso libro – o un corpo che si trasforma in libro – scoprendo in esso sempre qualcosa di Nuovo? Non è il suo miracolo quello di fare Nuovo ogni cosa, soprattutto quella “cosa” che crediamo di conoscere di più? Non è questa la sua potenza: trasformare la ripetizione dello Stesso in un evento ogni volta unico e irripetibile?

Repubblica 3/04/16

Commento

Ma il problema non è quello di esaltare la fedeltà come valore contro il libertinaggio diffuso oggi. Perché la fedeltà è manifestazione di un legame esclusivo, dell’esistenza vitale di un patto libero di promettersi amore. C’è fedeltà se c’è amore e se non c’è amore può esserci infedeltà. E quel che è peggio è vivere senza amore, ma con fedeltà obbligata. Allora il legame soffoca, impoverisce, limita e prima o poi, per quello che si vede nel segreto delle stanze della psicoterapia, assume i tratti della psicopatologia, che è un grido prima soffocato e poi dirompente con un linguaggio non facilmente comprensibile. E lo riconosce lo stesso Recalcati:

L’ideale della fedeltà può diventare – come lo è stato per diverse generazioni – una camicia di forza che sacrifica il desiderio sull’altare dell’Ideale divenendo dannosa per la vita. Quando questo accade è bene liberarsene al più presto.

Il problema allora è l’amore, l’amore è il centro della vitalità di un legame e della fedeltà sempre nuova nel tempo.

Purtroppo l’amore è una parola talmente abusata che non se ne comprende più il senso e assume i più svariati significati.

Per me è stata illuminante la conoscenza della teoria dell’attaccamento di Bowlby e la terapia cognitivista evoluzionista di Liotti, secondo cui non solo l’uomo, ma anche altri animali, specialmente i mammiferi, nascono con un bisogno innato: il bisogno di attaccamento ad una figura riconosciuta capace di proteggerlo, bisogno di sentirsi rassicurato, bisogno di sentirsi amato, bisogno dell’altro, perché l’uomo non nasce autosufficiente. Bisogno che è presente per tutto il corso della vita, “dalla culla alla tomba”, diceva Bowlby. Bisogno che, visibile immediatamente negli animali, è riconoscibile nell’uomo dopo circa un anno.

Anche la relazione di coppia nasce e si regola con lo stesso bisogno di cercare un altro a cui appoggiarsi nel difficile cammino della vita. Movimento che deve essere reciproco per essere autentico, riconoscersi compagni di viaggio che si amano e si sentono amati. L’abbaglio è possibile, l’idealizzazione iniziale dell’altro è intrinseca e naturale, ma prima o poi svanisce, e l’altro appare sempre più nella sua reale esistenza con la sua storia e con le sue mancanze. Allora crolla l’idealizzazione e compare la delusione e purtroppo si blocca la comunicazione, cala il silenzio, si vede l’altro diverso da quello di prima. Ma il bisogno di amore rimane …. allora si ripete, si attiva il naturale processo di ricerca illusoria di un altro sempre idealizzato, si rompe il patto di fedeltà intrinseco in una relazione d’amore, senza purtroppo fare i conti con se stessi e con le proprie mancanze, prima di tutto.

L’alternativa è accettare la delusione, riconoscersi diversi, ognuno con i propri limiti e proprie risorse e costruire un secondo nuovo patto d’amore, più autentico, se possibile. E se è possibile il perdono.